Oshi no ko, reincarnazioni e il limite della propria genetica

Stavo guardando il primo episodio di Oshi no ko per l’ennesima volta. La trama è molto semplice: un medico e la sua paziente, malata di cancro, perdono la vita e vengono reincarnati nei figli della loro pop idol preferita, Ai Oshino. Fin da subito ho adorato il tono comico e spensiarato del primo episodio (dura poco più di un’ora) che tuttavia non si fa problemi ad assumere contorni più drammatici e profondi. Il personaggio di Ruby Oshino, l’ex paziente malata di cancro e ora figlia di Ai, è tra quelli che mi ha colpito di più.

La carismatica Ai

La vita davvero non è uguale per tutti e lei lo ha potuto sperimentare in prima persona. La sua esistenza era scandita da giornate monotone in un lettino d’ospedale senza possibilità di fare granchè. I genitori l’avevano abbandonata e la sua unica luce era vedere alla tv le gesta dell’idol preferita. Una vita grigia senza troppo spazio per i sogni e per la speranza. E alla sua morte si ritrova ad essere la figlia dell’idol che tanto amava: senza malattie, bellissima e piena di talento con i contatti giusti sin dalla nascita. L’unica pecca? I ricordi della vita precedente pieni di traumi e rimpianto.

Un discorso analogo può essere fatto anche per il dottore reincarnato in Aquamarine Hoshino. Una vita sicuramente meno tragica della sua paziente ma comunque priva di avvenimenti degni di nota e, anche lui, ossessionato dalla luce di talento e bellezza di Ai Oshino, la quale può essere ammirata solo da lontano.

 E quando muore e si ritrova a rivivere la vita con un’altra mano di carte… che dire: le cose cambiano. Lui stesso ha detto: “Sono quasi grato al tizio che mi ha ucciso”. Ora ha la possibilità di vivere seriamente. Immaginate una early start nella vita così: infanzia (possibilmente) senza traumi, figli di una star, intelligenza, carisma, migliore educazione e soldi.

Ci è sempre stato insegnato che tutto è possibile e basta impegnarsi per avere successo. Ma se non fosse così? Se tutto fosse prestabilito dai nostri geni? È innegabile che ci siano fattori genetici, che non possono essere cambiati in alcun modo, che facilitano la vita di molti individui e ne distruggano altre. Parlo di malattie ma anche di bellezza, intelligenza, talento, fisico e così via. Credo sia nella natura umana fantasticare su cosa significhi avere il massimo in tutte queste cose. Purtroppo non esiste la reincarnazione, o meglio non ci è dato saperlo, ma la consapevolezza che dopo la nostra vita presente si possa nascondere un’altra completamente al di fuori della nostra portata (come un terno a lotto o governata dal karma) mi riempie di fascino.

Purtroppo non sta a noi decidere gli elementi con cui veniamo al mondo ma la vera grandezza sta con come ci giochiamo la nostra mano. Non lo so… solo i miei pensieri dopo aver visto questa piccola perla. Ovviamente la trama non ruota (solo) intorno a questo. I personaggi hanno una caratterizzazione unica e i disegni sono superiori di molti che ho trovato al Louvre. Una storia meravigliosa, fresca che non ha paura di spaziare dal comico al tragico, con temi a me cari come abbandonarsi il passato alle spalle (letteralmente), vendetta e esplorare il proprio spirito di affermazione sullo sfondo dello showbusiness giapponese.

Rocky Joe: brucia mio cosmo!

“Non voglio fare come tanti che se ne restano a bruciare senza fiamma, di una combustione incompleta. Anche se solo per un secondo… voglio bruciare con una fiamma rossa e accecante! E poi.. quello che resta è solo cenere bianchissima… nessun residuo… solo cenere bianca.”

Joe Yabuki è un 15enne che ha vissuto passando da un orfanotrofio all’altro e vagabondando solo come un cane. Attraversando una Tokyo ancora scossa dalla conclusione della Seconda Guerra Mondiale, Joe si imbatte in Dampei Tange, un ex pugile e allenatore di boxe con un occhio solo con problemi di alcolismo che non riesce a smettere di pensare alle vecchie glorie dello sport.

Dampei vede in Joe un potenziale campione del pugilato ma quest’ultimo non è interessato a combinare alcunché nella vita e vuole solo sopravvivere. I due si scannano subito di botte per un futile motivo e Joe ha la meglio. Ciò non fa che accrescere l’interesse di Dampei Tange per il giovane Yabuki… questo e il fatto che il ragazzino ha preso a pugni da solo un’intera comitiva di yakuza.

Joe, dopo i continui tentavi del vecchio, accetta la proposta di Dampei di diventare suo allievo e imparare le basi della boxe. Ma questo non è che un trucco: in realtà Joe vuole solo sfruttarlo e scroccare vitto e alloggio, approfittandosi della buona fede del vecchio, il quale smette di bere e si mette a fare due lavori per crescere il suo nuovo pupillo. Joe, nel frattempo, finge di allenarsi e fonda una banda con i bambini poveri del quartiere che usa per compiere vari furti e truffe.

 Ed è proprio una di queste truffe che lo porterà in riformatorio, dove farà la conoscenza di Rikiishi, giovane prodigio della boxe, che accenderà in Joe il fuoco dell’agonismo. Sulla base di queste premesse che inizia il viaggio immortale che accompagna Joe da trovatello senza scrupoli e morali a leggenda immortale della boxe che è pronto a morire pur di “bruciare con una fiamma rossa e accecante”.

Il manga ha avuto inizio dal 1968 e ha visto la conclusione nel 1973. Scritto da Asao Takamori (pseudonimo di Ikki Kajiwara) e disegnato da Tetsuya Chiba. La storia ha voluto illustrare una vicenda cruda, cupa e ruvida in cui viene mostrato che anche le persone con un passato turbolento come Joe possono ritrovare un riscatto grazie all’impegno, la costanza e la speranza di un domani migliore (non a caso le lezioni di Dampei per corrispondenza mentre Joe è in riformatorio si chiamano “per il domani”).

Tutti hanno diritto ad un futuro a dispetto delle condizioni sociali da cui siamo nati. La consapevolezza che magari, anche se non si vince, si può comunque avere la soddisfazione di aver dato tutti noi stessi per un obiettivo più grande. Joe rappresenta la massa, i perdenti, che non hanno voce in capitolo e che vengono pestati a sangue forse anche più dello stesso Joe nella storia: l’uomo comune che trova la forza per reagire.

Il manga è diventato così influente da diventare un simbolo per le rivolte studentesche giapponesi del 1968. Ma c’è di più: il potere della finzione è diventato così potente che quando nel marzo 1970 uscì il numero del manga in cui muore un personaggio particolarmente apprezzato, i lettori organizzarono un vero funerale per rendergli omaggio. Il messaggio del manga è profondo quanto spietato: è vero, non arrendersi mai può portare a enormi soddisfazioni, ma anche a orribili finali e, forse, anche alla morte. Un’opera che descrive spietatamente lo stato del Giappone del dopo guerra che cerca di rialzarsi dopo gli eventi traumatici subiti (e inferti).

Il ring di Joe diventa un luogo sacro in cui tutti, almeno per 20 round, sono uguali e il passato non ha importanza. D’altronde quando ci possono essere differenze con il nostro avversario se siamo su un quadrato ricoperti di sangue e sudore insieme a lui? Tutto si annulla: desiderio di ricchezza, di fama, di gloria e di amore. Resta solo il presente. Pochi minuti in cui si dà il tutto per il tutto e si può solo bruciare come una fiamma.

Per acquistare il primo volume del manga basta cliccare qui.

Prima lettura di Slam Dunk, paura per il futuro e nostalgia di un passato che non ho mai avuto

Ieri mi sono recuperato i primi quattro volumi di Slam Dunk di Takehiko Inoue. È passato più di un anno da quando ho visto The First Slam Dunk, un piccolo e meraviglioso gioiello cinematografico, e mi ero ripromesso di leggere il manga. Il protagonista è Hanamichi Sakuragi, una matricola del liceo a capo di un piccolo squadrone di teppisti con l’incredibile record di essere stato rifiutato da 50 ragazze ai tempi delle medie.  

Nel primo capitolo fa la conoscenza di Haruko, una ragazza innamorata del basket che vede nel fisico possente di Sakuragi un forte potenziale per lo sport. Ovviamente Sakuragi non è minimamente interessato alla pallacanestro, ma decide di iscriversi al club di basket del liceo proprio per fare colpo sulla bella Haruko.

Lo Shohoku in azione

Così inizia l’avventura di Sakuragi, giovane teppista dal pugno di ferro ma dal cuore tenero, nel mondo del basket amatoriale tra amori non corrisposti, amicizie, risse e risate. Nonostante abbia letto solo i primi quattro volumi ho subito adorato l’atmosfera leggera e irriverente del manga (anche se mi aspetto profondi cambiamenti di trama tragici considerando il film) e non ho potuto fare a meno di paragonare i miei giorni al liceo a quelli di Sakuragi e la sua truppa di adorabili teppisti e il mio presente.

Ad essere sincero, non ho potuto neanche fare a meno di provare un leggero senso di invidia e, forse, di disperazione. Il liceo è stato un periodo che forse non definirei negativo ma di certo tutt’altro che positivo.

Non mi sono accadute tragedie ma neanche esperienze da ricordare. È stato un limbo: cinque anni della mia vita che non torneranno indietro e che, un po’ per circostanze esterne a me, non ho saputo sfruttare al meglio. Niente esperienze come al liceo Shohoku di Sakuragi, poche risate e ben poca nostalgia. All’università (e soprattutto adesso) è andata (e sta andando) sicuramente meglio ma gli anni del liceo (per quanto grigi e incolori) mi perseguitano ancora.

Ma, a volte, mi chiedo come sarebbe tornare indietro nel tempo e non avere troppi pensieri per la testa come adesso, focalizzandosi interamente sul presente e non pensando al futuro… come al versamento dei contributi pensionistici obbligatori (non sia mai che si abbia potere decisionale sul proprio guadagno…).

Nulla mi vieta di pensare alle ragazze e spaccarmi nello sport come i ragazzi di Slam Dunk, ma devo ammettere che non è la stessa cosa. Quel treno del liceo è passato e non tornerà mai più. Ma questo non significa che non possa passare un treno migliore, cosa che fortunatamente è successa. Mancano ancora molti volumi alla fine di Slam Dunk, ma non posso fare a meno già da ora di ringraziare i ragazzi dello Shohoku per aver condiviso con me una nuova versione di un periodo della mia vita non troppo felice. Non male come riflessione delle 5 del mattino.

In chiusura: mi sto davvero appassionando al genere bosozoku, fenomeno sociale che ha visto come protagonisti giovani teppisti a cavallo di moto che hanno raggiunto l’apice tra gli anni ’70 e ’90. Come  è possibile immaginare, questo tema è davvero popolare nei manga: a chi non piace immedesimarsi in ribelli con un codice morale tutto loro che utilizzano la potenza dei loro pugni per portare la pace? Basti pensare al successo di Tokyo Revengers e Akira. Se qualcuno mi legge, sarei aperto a suggerimenti per manga e film e ampliare la mia conoscenza al riguardo.

Cyberpunk: Edgerunner, sognando la Luna in un appartamento nella periferia di Night City

Ultimamente mi sento come se il tempo mi stesse scivolando per le mani. I giorni passano e si trasformano velocemente in mesi e poi in anni. Non riesco a smettere di pensare che un giorno, con una sicurezza matematica del 100%, non sarò più qui. Sono molto più attaccato alla vita di quanto pensassi. Eppure, per quanto io riconosca il valore (seppur effimero) della mia esistenza, ho ancora la sensazione di non riuscire a vivere appieno.

Come molti sono prigioniero di una routine che, per quanto sana e costruttiva, lascia poco spazio all’avventura e ai sogni. Come recita Fight Club “Questa è la tua vita e sta finendo un minuto alla volta”. Forse ho preso troppi pugni nello sparring, ma questa frase acquisisce sempre più senso man mano che continuo a vivere. La nostra vita è molto fragile e può finire da un momento all’altro. Forse è il caso di farci qualcosa nel frattempo oppure, almeno, godersela per quanto possibile. Perlomeno questo è il messaggio che mi pare di aver colto da Cyberpunk: Edgerunners, la serie anime targata Netflix ispirata al videogioco della casa di produzione CD Project RED.

You are going to carry that weight…

Cyberpunk: Edgerunners ricorda a tratti Devilman Crybaby

Come si potrebbe evincere dal nome, la serie ricade sul filone narrativo cyberpunk, il quale, come chiarisce Wikipedia, tratta di scienze avanzate, come l’information technology e la cibernetica, accoppiate con un certo grado di ribellione o cambiamento radicale nell’ordine sociale.

L’anno è il 2077. Il protagonista della serie è David, un ragazzo di strada che vive nella periferia di Night City insieme alla madre Gloria. David è una mente brillante e tra i primi della classe all’Arasaka Academy, la scuola più prestigiosa della città. La madre fa due lavori per mantenere la retta e cercare di dare al figlio un futuro dignitoso che lei non ha potuto avere per se stessa.

Un incidente stradale fa subito traballare questo equilibrio precario: Gloria rimane gravemente ferita e il suo ceto sociale non è abbastanza elevato per permetterle cure mediche di prim’ordine. Con la sua morte, David rimane solo a Night City. Tormentato dai suoi compagni di classe per essere povero e con un forte senso di colpa per non essere riuscito a proteggere la madre, David decide di lasciare l’Arasaka Academy e modificare il proprio corpo con un impianto Sandevistan di tipo militare che gli permetterà di essere più forte fisicamente ma che tuttavia gli causerà danni psicofisici che graveranno sempre di più sulla sua mente.

In poco tempo si introdurrà nella criminalità di Night City alla ricerca di un posto che possa chiamare casa. David fa la conoscenza di Lucy, una ladra di professione che bazzica nel temuto gruppo di Maine, il cyberpunk criminale. Ed è così che ha inizio la nuova vita di David alla scoperta di sé stesso e dei suoi sogni. Night City è una giungla urbana e ogni giorno può essere l’ultimo.

La vita umana vale in proporzione al denaro che viene guadagnato: una lezione che il protagonista ha imparato a caro prezzo con la morte della madre. Una storia di formazione che trova spazio anche per temi importanti come l’amore, riflessioni sul senso della vita e la natura umana che spinge ognuno di noi a trovare un posto in cui ci si sentiamo accettati. In dieci episodi questa serie offre molto più di quanto altri anime non riescano a delineare in 8 stagioni: una storia autoconclusiva con personaggi umani e perfetti nelle loro imperfezioni.

Il finale è un qualcosa di straziante che, però, è maledettamente in linea con la premessa iniziale della serie: “Non ci sono lieto fine a Night City”. Tuttavia, almeno per i più ottimisti, è presente un briciolo di speranza per il futuro a cui, con un po’ di forza di volontà, ci si può aggrappare. Per quanto possa essere scontato dirlo, la vita è davvero imprevedibile e breve: tanto vale godersi il viaggio anche nelle sue sfumature più negative. Una serie altamente consigliata per chiunque.

Menzione speciale per la colonna sonora firmata da Akira Yamaoka, storico compositore di Silent Hill.

Devilman Crybaby rewatch (episodi 1-5)

Devilman Crybaby è stata l’opera che mi ha veramente appassionato al mondo degli anime e dei manga. Una delle creazioni più originali e tragiche che io abbia mai avuto il piacere di sperimentare. Ho visto l’intera serie più di una volta e letto il manga ben più di una volta. A ogni visione e rilettura speravo che le sorti dei protagonisti cambiassero e che, forse, quel ciclo insensato di odio e di violenza cambiasse. Questa, però, non era l’intenzione del geniale creatore Go Nagai.

Ho visto recentemente i primi cinque episodi della serie arrivando a metà dell’opera. Il quinto episodio (Devilman contro Silen per intenderci) è uno dei miei preferiti: la scena di sesso mista a scontro fisico è uno dei momenti più elevati della serie.

Il conflitto mentale dell’umanità di Akira Fudo e la violenza mista a desiderio scaturita dall’unione con il demone Amon producono uno degli scontri più belli della storia degli anime. Ma procediamo con ordine:

Il primo episodio si apre con un piccolo monologo di Ryo: ‘L’amore non esiste….lgià, l’amore non esiste e perciò non esiste neanche la tristezza. O almeno così credevo.’

Ci vengono mostrate due mani intente nel creare qualcosa, plasmando una forma nell’oscurità dello schermo. La voce di Ryo svanisce. Le mani creano luce. Passiamo subito all’infanzia di Akira e Ryo.

Ryo continua il suo monologo spiegando la differenza tra lui e Akira. Ryo è malvisto dalla comunità e non prova pietà o empatia verso gli esseri viventi. Akira è l’esatto opposto: è un bambino dall’empatia così grande che piange ogni volta che qualcuno è triste.

C’è un salto temporale di dieci anni. Ryo corre a tutta velocità sulle autostrade giapponesi.

‘Akira, ho bisogno di te!’ urla a se stesso.

Ancora non sappiamo il motivo.

Sin da subito ci vengono presentati queste due persone che sono agli opposti. Akira era un bambino sensibile e pacifico e tale è rimasto nell’adolescenza. Ryo è un professore in un college americano a 16 anni… ricordiamoci che questo è un anime.

Ryo non ha paura di infrangere la legge e non esita un secondo a reagire se provocato. Ryo si precipita da Akira per richiedere il suo aiuto. I demoni (i veri abitanti del pianeta Terra) si sono risvegliati e hanno intenzione di riprendersi il loro pianeta. Si stanno mischiando nella societa umana ed è impossibile distinguerli. Ryo chiede ad Akira di partecipare con lui al Sabbath, la messa nera in cui i demoni si riuniscono, per poter documentare la loro esistenza e aiutare il genere umano a proteggersi dalla minaccia.

Il sabbath si scopre che è una discoteca in cui sesso, violenza e droghe circolano a fiumi.

In fin dei conti questa è la vera essenza degli umani e non solo dei demoni. I demoni sono attirati dal sangue perciò Ryo comincia a squartare persone indiscriminatamente nella pista da ballo. Il sangue richiama i demoni nascosti nelle forme umane, i quali fanno una strage nel Sabbath uccidendo tutti.

Akira però ha la fortuna di unirsi a un demone. Il suo cuore puro e la sua umanità gli permettono di non essere preda del demone Amon perciò non rinuncia al possesso della sua mente e del suo spirito.

Akira diventa Devilman: un cuore umano dentro un corpo da demone.

Ho riflettuto spesso sulla figura di Akira e il fatto che abbia assimilato i poteri di un demone conservando la sua umanità senza diventare un mostro. Per sopravvivere in questo mondo è indispensabile essere forti e capaci. Per sopravvivere è indispensabile essere dei mostri quando serve… conservando ovviamente un codice morale che ci vieti di essere delle bestie. Akira Fudo era un ragazzo gentile e sensibile (il che è un bene) ma era completamente impreparato ad avere una vita di successo e a farsi valere contro i bulli del quartiere e i pettegolezzi che circolavano nella sua scuola (il che è un male).

Akira ha avuto il coraggio di entrare nel Sabbath dove avrebbe potuto rischiare la vita ma ne è uscito vivo più forte e più saggio.

Non sarà mai più sensibile come prima dato che ha dovuto perdere parte della sua innocenza rendendosi conto di quanto il mondo sia brutale e di quanto i demoni siano pericolosi, ma è riuscito a conservare gran parte della sua identità basata sull’empatia e l’amore per il prossimo.

Essere dei mostri è indispensabile per sopravvivere ma conservare la propria umanità nel processo è altrettanto importante. A volte gli umani sono ancora più disgustosi dei demoni poichè si lasciano sopraffare dalle proprie paure e dalle proprie debolezze mentre i demoni sono creature pure dato che pensano solo ad uccidere e nutrirsi. Per essere davvero forti è indispensabile avere entrambe le componenti che distinguono un demone (forza, ambizione, fame e voglia di vincere) e quelle che dovrebbero distinguere un umano (sensibilità, gentilezza ed empatia)… in sostanza, diventare un Devilman. Indossare colori neri per portare la luce (come Akira) e non il contrario come la sua controparte (Ryo).

Megalo Box e la reincarnazione di Mugen

Niente motiva di più al mondo che un anime incentrato sulle arti marziali: Baki, Hajime no Ippo, Holyland, Shamo, Kengan Ashura… ognuna di queste storie vede la crescita di uno (o più) personaggi tramite un duro allenamento fisico e mentale che lo porta sul ring a misurarsi con i suoi avversari e (cosa più importante) con se stesso. Nonostante Hajime No Ippo sia stato il primo anime a convincermi a indossare i guantoni (grazie Takamura-san), Megalo Box è stata la scintilla che mi ha portato ad avvicinarmi a questo mondo per la prima volta.

Il suo aspetto e la sua filosofia di vita lo rende chiaramente un antenato di Mugen di Samurai Champloo

Megalo Box vede come protagonista Mugen Junk Dog, un megalo-boxer impegnato nella scena dei combattimenti truccati. Nonostante Junk Dog sia un pugile dalle grandi abilità, lui deve vincere o perdere di proposito affinché i criminali ai piani alti possano gestire le scommesse che riguardano i suoi match. Cos’è un megalo-boxer? Un semplice pugile che indossa degli speciali telai robotici nelle braccia affinché i suoi colpi siano più letali. Da questa premessa si intuisce che la storia è ambientata in un mondo futuristico, ma non troppo diverso da quello in cui viviamo noi. Il buon Junk Dog, tuttavia, ha ambizioni più alte e non vuole essere un burattino per sempre. Un giorno J.D (Junk Dog che non deve essere confuso con John Dorian di Scrubs) ha un match con Yur: il vero campione mondiale di Megalo Box.

Mugen, Fuu e Jin studiano una strategia su come battere il prossimo avversario

J.D decide di battersi al meglio delle sue forze fregandosene delle istruzioni dei piani alti… ma finisce per perdere. Tuttavia, Junk Dog si promette di diventare un vero campione di megalo-box lasciandosi alle spalle il suo passato da combattente di bassa lega. Qui comincia la scalata al vertice del mondo del pugilato che porterà Junk Dog, ora conosciuto con il nome di Joe, alla storia. Caratterizzato da una grande colonna sonora, uno stile grafico che richiama a volte gli anni 90 e una storia semplice che si concentra sullo sport, Megalo Box è uno dei migliori anime usciti nel 2018. Oserei persino consigliarlo a chiunque abbia dei pregiudizi sugli anime che hanno uno sport come tema centrale. Il pregio principale di questa opera, a mio modesto avviso, è il fatto che abbia tredici episodi e ogni match si conclude nell’arco di un episodio: la narrazione non viene inutilmente allungata o accorciata con episodi filler del tutto evitabili e questo è un grande punto a favore. Il protagonista J.D. è ben caratterizzato e carismatico: non spiccherà tra i grandi personaggi dell’animazione giapponese ma il suo carattere irriverente e caparbio assicura un posto nel cuore dello spettatore senza troppi sforzi.

Welcome to the NHK

Finalmente sono venuto a conoscenza di un anime che ha come protagonista un hikikomori.

La mia conoscenza al riguardo non è delle migliori. Ho parlato in precedenza di Holyland, un grande manga scritto da Koji Mori (amico di Kentaro Miura, creatore di Berserk), il cui protagonista, Yu, diventa un NEET (neither in employment or in education: una persona che molto spesso non esce di casa e non studia né lavora) per via dei ripetuti atti di bullismo che riceve ogni giorno. La trama di Holyland si concentra sulle arti marziali. Yu decide di imparare i fondamentali del pugilato per difendersi e non scappare più. Purtroppo non molte persone seguono l’esempio di Yu e finiscono per isolarsi sempre di più per un trauma subito (si tratti di bullismo o altro). Spesso questa è l’origine degli Hikikomori: persone che vivono nella propria casa (spesso nella propria camera da letto) e che rifiutano di interagire con il mondo esterno. Facendo una ricerca veloce su google ho potuto tuttavia appurare di avere una cosa o due in comune con gli hikikomori… nonostante non io non abbia preso la decisione di chiudermi in casa.

Non so molto di questo triste fenomeno e non voglio dare false informazioni perciò lascerò perdere l’aspetto psicologico degli ‘hikikomori’ e mi concentrerò a parlare dell’anime ‘Welcome to the NHK’ che ho trovato estremamente divertente, cupo, geniale e agrodolce.

Rappresentazione accurata di me nel primo anno di università. E del secondo. Non del terzo

Tatsuhiro vive rinchiuso nella sua casa a Tokyo da ormai quattro anni. Ha fallito i test per entrare all’università, ma i suoi genitori pagano ancora per il suo appartamento. Non esce mai se non per fare la spesa. Non ha alcune prospettive sul futuro e medita il suicidio nonostante sappia bene che non avrà mai il coraggio di farlo. Il suo vicino ascolta la stessa canzone ventiquattro ore su ventiquattro (e non musica normale ma la sigla d’apertura di un anime per ragazze) ma Tatsuhiro non ha il coraggio di dirgli di abbassare l’audio. Un giorno, una testimone di Geova, assieme a una ragazza di sedici anni, bussa alla sua porta e gli consegna un giornalino (Avete presente? Di sicuro lo avrete letto anche voi qualche volta) in cui viene descritto il fenomeno degli hikikomori e di come possa essere eliminato tramite il potere della comunità o cose del genere. Tatsuhiro urla di non essere un hikikomori e da molte informazioni su di se. Un indizio importante che fa capire come Tatsuhiro non sia proprio abituato a parlare con la gente… e posso simpatizzare. Tatsuhiro chiude la porta ma attira l’attenzione della ragazza che accompagnava la testimone di Geova. Il suo nome è Misaki e si decide a liberare Tatsuhiro della sua condizione di hikikomori tramite sessioni di psicoanalisi completamente amatoriali e improvvisate.

Wow… questo anime sa davvero come farti del male fisico senza toccarti.

Per chi è abituato a essere sempre solo (non è una canzone di Guccini) questo anime sarà piuttosto difficile da digerire. Tatsuhiro riuscirà a migliorare le sue condizioni da recluso, ma la ricaduta nel circolo vizioso creato da porno, anime, videogiochi, paure, insicurezze e traumi del passato è sempre dietro l’angolo (non è un post a favore del NoFap movement, non fatevi strane idee). Un anime che consiglio a chiunque sia pronto per essere travolto da emozioni che spaziano dalla negatività, alla felicità, all’esistenzialismo.

Cosa centra Doki Doki con questo anime? (Il titolo dice così)

Beh… credo che niente esplori meglio un mondo di solitudine, finzione e affetto inesistente come lo faccia Doki Doki Literature Club. La trama di quel gioco è: quattro ragazze perfette si innamorano di te e tu devi scegliere quale vuoi (ovviamente parlo della prima parte). Questo è ciò che vuole (e ciò da cui sfugge disperatamente) Tatsuhiro: affetto e riconoscimento. Non avere queste cose porta Tatsuhiro alla depressione… ma non può mettersi in gioco e provare ad ottenere ciò di cui vuole perché c’è il rischio che possa farsi male. Il caro vecchio dilemma del porcospino.

Samurai Champloo, yare yare daze II, vivere senza rimpianti

Ho buoni ricordi di Samurai Champloo. Correva l’anno 2019 (quindi l’anno scorso, perdonatemi la frase da boomer): dovevo dare il mio primo esame scritto per un corso che neanche mi interessava. Era notte, poco dopo l’una del mattino. Alla mia destra avevo gli appunti della materia da studiare. Alla mia sinistra avevo libri da leggere in qualche modo inerenti alla materia di studio (ero arrivato tardi in libreria e si erano presi tutti i libri migliori) Di fronte a me? Il catalogo Netflix. Dopo aver memorizzato un paio di righe, mi sono arreso e mi sono perso nell’immenso mare degli anime suggeriti dalla piattaforma di streaming. Tra tutti, tre avevano catturato la mia attenzione: Jojo (che alcuni paragonano alla bibbia), Cowboy Bebop (che alcuni paragonano alla Divina Commedia) e Samurai Champloo (dallo stesso creatore di Cowboy Bebop nonostante sia un’opera leggermente meno conosciuta).

Jojo era troppo lungo e le persone che lo citano in continuazione sono insopportabili (ho cambiato idea recentemente, ora sono arrivato a Diamond is Unbreakable).

Cowboy Bebop non mi entusiasmava più di tanto… e lo devo ancora recuperare.

La scelta ricadde su Samurai Champloo. Ancora oggi mi complimento con me stesso per la scelta.

Questo è uno di quegli anime che adori sin dal primo episodio. Ambientato in Giappone in una rivisitazione del periodo Edo (per intenderci, si parla del 1603-1868), Samurai Champloo è un mix di elementi molto diversi tra loro. La soundtrack è hip-hop e lo-fi, estremamente fuori tono con il periodo in cui si svolge la storia: l’idea di Watanabe, il regista, sembra essere quella di mischiare la storia con alcuni elementi del presente. Questo si ripercuote anche sulla caratterizzazione dei personaggi principali sui cui ruota la storia, soprattutto Mugen che ha uno stile di combattimento che ricorda la breakdance e in un episodio in particolare è ossessionato dai graffiti da strada come arte.

La trama è semplice: due samurai vagabondi (che indicherò con il termine di ‘ronin’) vengono costretti con l’inganno da una ragazza a trovare il ‘samurai che profuma di girasoli’. I tre si avventureranno in un viaggio verso il Giappone del periodo Edo alla ricerca dell’enigmatico samurai dei girasoli. I motivi per cui la ragazza desideri così disperatamente incontrare il samurai sono ignoti. Nel loro viaggio, il gruppo dovrà affrontare molte avventure, pericoli e contrattempi. Samurai Champloo è uno di quelle opere in cui la metà non è tanto importante quanto il viaggio. Con il tempo, i tre personaggi (Mugen, Fū e Jin) riveleranno la loro storia e il motivo per cui sono realmente in viaggio. Ognuno dei tre ha un passato problematico che ha modellato il loro carattere.

-Mugen (quello al centro) ha una personalità rozza, dominante, schiva (ma in qualche modo carismatica) e altamente competitivo con un passato da criminale. Ha abbandonato le isole in cui è cresciuto e vive vagabondando. Non rispetta nessuno al di fuori di se stesso.

-Jin (quello a sinistra) è silenzioso, calmo e giudizioso. Ha un grande talento nel combattimento e vive in compagnia della sua spada. Per un’ingiustizia, Jin è costretto ad abbandonare il luogo in cui è divenuto un samurai.

-Fū (quella a destra) costringe Mugen e Jin ad accompagnarla alla ricerca del samurai dei girasoli. Ha un carattere solare e amichevole. Si sa ben poco delle sue reali motivazioni.

Ogni episodio potrebbe dirsi auto conclusivo. È chiaro sin da subito che non è di vitale importanza trovare ‘il samurai che profuma di girasoli’. Ogni episodio avvicina lo spettatore con i personaggi che, a poco a poco, diventeranno suoi amici (cringe, eh?) accompagnandoli in ogni aspetto del loro viaggio. Ventisei episodi in cui non ci sono filler e ogni minuto è speso bene. Arrivato alla fine di questa serie è stato come dire ‘addio’ a delle persone reali. Verso la fine, i protagonisti sono costretti ad affrontare il loro passato e le loro paure che questo viaggio ha posto loro di fronte. Tuttavia, non sempre il finale di una storia coincide con il finale dei protagonisti. La vita va avanti per tutti.

Niente da segnalare riguardo il comparto tecnico. Le animazioni sono fluide e i disegni sono una gioia per gli occhi.

Anime assolutamente consigliato.

La sigla di chiusura di ogni episodio. Una volta completata l’opera, questa canzone avrà tutto un altro significato. Per chi fosse curioso, poi ho passato l’esame (avevo già studiato quelle cose in precedenza).

Devil May Cry- il videogioco non è male, l’anime?

Quanto mi mancano i videogiochi. L’ultima volta che ho giocato a qualcosa è stata l’estate scorsa. Volevo portare con me la playstation da casa… ma ho tanto da fare e temevo che avere una console mi avrebbe solo distratto. Peggiore decisione della storia. Ho molto tempo adesso. Uno dei miei generi preferiti è l’hack ‘n’ slash che significa letteralmente ‘tagliare e squarciare’. Si trattano di giochi in cui esiste una forte componente dedicata al combattimento: Bayonetta, Darksiders, Ninja Gaiden, la vecchia trilogia God of War… dite che non è un hack ‘n’ slash? Kratos letteralmente ‘taglia e squarcia’ per più della metà del tempo che lo osserviamo. God of War III è personalmente il mio preferito. Trucidare un pantheon di dei è il sogno di chiunque. Il God of War nuovo, invece, non mi è piaciuto più di tanto: la storia è bella, la caratterizzazione dei personaggi è credibile e il corso degli eventi è fluido. Cosa manca? Il caro, vecchio Kratos che prima uccideva e poi parlava. Non il Kratos babysitter e Mimir con le sue battute fuori luogo alla Eddie Murphy.

Bellissimo titolo… ma non l’ho percepito come un vero ‘God of War’. Tipo se andassi a vedere al cinema ‘2001 Odissea nello spazio’ e ci fosse scritto ‘diretto da Tarantino’. 2001 è un capolavoro (come il nuovo God of War) ma quando leggo ‘diretto da Tarantino’ mi aspetto qualcosa di diverso e pieno di sangue: stesso discorso con God of War. Ha senso?

Ma immagino che ormai sia diventata una moda cambiare completamente la natura di un videogioco che fa parte di una serie: god of war, assassin’s creed… no, solo questi. Non mi vengono altri esempi. Volevo fare il radical chich ma (grazie al cielo) non ci sono riuscito. Uno di questi giochi hack ‘n’ è stato uno dei primi titoli che acquistai per playstation 3. Il fantastico ‘Devil May Cry 4’: un titolo marchiato con il ferro nel mio cuore. Forse l’ho adorato perché avevo dodici anni ed è stata una delle mie prime esperienze da gamer. Forse l’ho adorato per il sistema di combattimento e gli enigmi. Forse l’ho adorato per il simbolismo religioso. Un titolo fantastico che mi ha fatto affezionare a Nero e Dante, i protagonisti della serie. Ho accolto con sorpresa il fatto che avessero prodotto una serie anime dal videogioco. Ho iniziato a vedere la serie con tutti i pregiudizi del mondo (solitamente videogiochi, cinema e serie televisive non vanno proprio d’accordo), ma mi è piaciuto veramente tanto. Ecco cosa ne penso:

La trama di Devil May Cry la conoscono quasi tutti: il figlio del leggendario demone Sparda e l’umana Eva è un investigatore privato che possiede l’agenzia investigativa ‘Devil May Cry’. Il suo nome è Dante e il suo compito è quello di trovare e uccidere i demoni. Ovviamente, la stragrande maggioranza di persone non è minimamente a conoscenza che il mondo sia popolato da demoni e l’agenzia di Dante è sempre vuota sempre sull’orlo del fallimento economico. Dante è sempre al verde e vive la situazione con distacco emotivo, sempre con la battuta pronta e una personalità tenebrosa e affascinante. In più di un’occasione il buon Dante mi ha ricordato Dylan Dog per questo aspetto. La somiglianza con i due, però, finisce qui. Dante è un grande pistolero e sa maneggiare la spada (no pun intended), difensore dei più deboli e con un discreto successo con il sesso femminile. L’anime non ha una vera e propria trama: lo spettatore osserva Dante destreggiarsi nelle varie missioni che gli vengono proposte con sporadici attimi di pausa per ammirarlo nelle situazioni quotidiane. I personaggi sono ben scritti e ci numerose interazioni con Lady (una cacciatrice di demoni alleata di Dante introdotta in Devil May Cry 3) e Trish (un demone dalla forma femminile): entrambi personaggi originali della serie che stringono l’occhio ai fan di lunga data. Avendo solo giocato al quarto, conoscevo solo Trish. Tuttavia la serie ha un arco completo con un inizio e una fine e non c’è alcun bisogno di aver giocato alle fonti originali per capirci qualcosa.

Dante: il carismatico rubacuori abile con la pistole intento a studiare una strategia per massacrare l’ennesimo demone.

Le animazioni, la colonna sonora, la storia e le relazioni tra i personaggi sono più che buone. Un prodotto assolutamente consigliato per chi volesse perdersi in una storia di ‘cacciatori di demoni’ senza troppe pretese. Dodici episodi che scorrono come l’acqua: non è male per un binge-watching. Ovviamente, però, il cuore dell’universo di Devil May Cry risiede nei videogiochi e chiunque voglia conoscere affondo Dante (e Nero… praticamente un Dante 2.0) è caldamente consigliato di giocare alla fonte originale.

Rascal Does Not Dream of Bunny Girl Senpai- un titolo come un altro

Avete presente quando non avete idea di cosa vedere e sfogliate il catalogo Netflix (o Crunchyroll) per decine di minuti senza risultato? Un anno fa, quando ho usufruito della prova gratuita di Crunchyroll mi sono imbattuto in questo anime dal titolo lungo quanto l’intero capitolo di un manga. Rascal Does Not Dream of Bunny Girl Senpai: recensito a pieni voti, trama a sfondo harem, protagonista in un costume da coniglietta playboy. Questo anime tratto da una serie di light novel catturò subito la mia attenzione. Se devo essere onesto, però, credevo fosse un hentai e ciò ha influenzato molto sul fatto che lo vedessi.

Lo vidi un anno fa. L’unico motivo per cui me ne sono ricordato adesso è la spettacolare sigla di chiusura che accompagna la fine di ogni episodio. Qualche volta youtube mi consiglia queste piccole perle. Ho rivisto i primi due episodi. È incredibile come sia curata la caratterizzazione dei personaggi in un anime a sfondo romantico e harem. Non che non esistano buoni anime a sfondo romantico, ma la mia conoscenza a riguardo è limitata: ho visto Toradora (meh… carino, dai) e Your Name (bellino, ma non mi ha catturato molto). Di sicuro, Rascal Does not Dream of Bunny Girl Senpai (che da adesso abbrevierò in Bunny Senpai) mi è piaciuto di più.

Partiamo dalla trama: un liceale di nome Sakuta incontra l’attrice prodigio Mai in una libreria affollata. Per una ragione ben precisa Sakuta è l’unico che riesca a vedere Mai, la quale è invisibile agli occhi delle altre persone. Mai, per inciso, indossa un costume da coniglietto. I due parlano per qualche secondo e si scopre che frequentano la stessa scuola e sono entrambi dei lupi solitari senza troppi amici. Una volta a scuola, Mai indossa finalmente la sua uniforme scolastica e le persone intorno a lei possono vederla nuovamente. Sakuta decide di investigare su questo strano fenomeno.

Una cosa che adoro dei protagonisti introversi è che non si fanno troppe domande quando vedono qualcosa di fuori dalla norma.

Sakuta scopre ben presto che Mai è affetta dalla ‘sindrome dell’adolescenza’: un particolare effetto negativo che si manifesta quando una persona è pervasa da sentimenti negativi. Mai è stata sotto i riflettori sin da un giovane età, e tutta Tokyo è cosparsa di poster e pubblicità con la sua faccia stampata sopra: riconosciuta ovunque andasse, Mai desiderava intensamente di non essere più riconosciuta e passare inosservata. In un certo senso il suo desiderio si è avverato. Ora, in certe occasioni, Mai è completamente invisibile agli occhi di chiunque. Ma non finisce qui: le persone non solo non riescono a percepirla fisicamente ma si scordano anche della sua esistenza e della sua carriera di attrice. Sakuta non fa fatica a capire questo fenomeno, poiché è accaduto anche a sua sorella minore, Kaede: vittima di bullismo online, il suo stress ha innescato la ‘sindrome dell’adolescenza’ e il suo corpo si è ricoperto di tagli e ferite.

Una grandissima metafora su quanto possa essere complicato il periodo dell’adolescenza a livello psicologico ed emotivo. Grazie a Dio che quel periodo è finito per me (recentemente, ma è finito). A chiunque manchi il liceo deve per forza essere uno psicopatico. Comunque sia, l’anime non è solo drammi psicologici. Sakuta cercherà un modo per guarire Mai dalla sua ‘malattia’ e, con il tempo, i due formeranno un rapporto d’amicizia che si trasformerà in amore. Nella sua esplorazione nel contrastare la ‘sindrome dell’adolescenza’, Sakuta incontrerà molte ragazze affette dalla stessa malattie ma con sintomi estremamente differenti: da qui, l’elemento harem (uno speciale genere in cui il protagonista principale è circondato e conteso da una moltitudine di ragazze). Tuttavia, qui, l’elemento harem ha un senso e le relazioni che allaccia con ogni ragazza servono ad evidenziare il suo rapporto speciale con Mai.

Estremamente divertente ed elevatamente originale per il genere a cui appartiene, Bunny Senpai è un anime che farà riflettere. Non tutte le storie che rappresentano un amore adolescenziale sono banali e Bunny Senpai ne è la prova. Non giudicatelo dal titolo.