Applicare le regole dell’arte della guerra di Sun Tzu in Shadow of the colossus

Un altro venerdì. Un altro fine-settimana in cui sopravvivere. Come ogni venerdì degno di questo nome, esco dalla mia palestra, mi preparo qualcosa da mangiare, metto in ordine i miei appunti, accendo la mia Playstation 4 e metto qualche gioco comprato in offerta il giorno prima. Questa volta è il turno di Shadow of the Colossus, un remake di un gioco molto più anziano, comperato al modico prezzo di dieci euro. A dire la verità, avevo già sentito parlare di questo titolo nella mia esistenza. Difficile non conoscere la fatica di Team Ico anche quando non ho vissuto a pieno la generazione della Playstation 2.

Un capolavoro di videogioco a detta di alcuni. Una rottura di palle con una bella grafica a detta di altri. Lasciandomi alle spalle le opinioni di queste persone, mi addentro nella Forbidden Land con il protagonista Wander (nome meraviglioso) insieme al suo cavallo Agro e al cadavere della principessa Mono(noke). Non avrei di certo saputo che avrei sconfitto 6 colossi in meno di dieci ore (lo so, è tanto, ma io sono uno di quelli che esplora la mappa in lungo e largo per osservare i panorami).

Non parlerò della grafica meravigliosa che accompagna il giocatore in uno degli scenari più belli che il mondo dei videogiochi abbia mai presentato. Non parlerò della struggente e semplice storia d’amore che porta Wander a intraprendere un viaggio tanto epico quanto solitario.

Parlerò, invece, della perseveranza di Wander nella sua impresa contro i sedici colossi sotto la lente d’ingrandimento dell’opera di Sun Tzu, l’Arte della Guerra. Mi spiego meglio. Nel post precedente, ho spiegato come l’Arte della Guerra mi abbia aiutato a fare luce su alcuni elementi determinanti per il successo di una persona che a me ovviamente mancano (un saggio su come vincere e sottomettere i propri avversari scritto da un generale militare cinese del VI secolo A.C.)

Cosa centra questo con Shadow of the Colossus? Probabilmente nulla. Tuttavia, nel percorrere le lande desolate della Forbidden Land con l’unico suono degli zoccoli di Agro a penetrare il suolo e il fischio del vento a muovere le sabbie del deserto, ho avuto un paio di momenti per pensare a come Shadow of the Colossus possa essere interpretato come un inno alla persevaranza e all’egoismo umano.

Non ho trovato nulla di nobile nell’impresa di Wander, ma ho percepito in lui una determinazione e una forza di volontà che raramente si trova nelle persone (ma mi rendo conto che è un videogioco?). Per vincere la sua guerra, per ottenere il suo obiettivo (non farò spoiler, ma la trama di Shadow of the Colossus la sappiamo tutti, non è vero?) Wander dovrà sconfiggere sedici colossi, ognuno, presumibilmente, più forte di lui. L’intero gioco è diviso in due blocchi principali: trovare il Colosso grazie al raggio di una spada che ha la stessa funzione di una bussola e, infine, uccidere il Colosso.

Una parte di pura introspezione in cui Wander è immerso nei suoi pensieri insieme al giocatore che, nel frattempo, è immerso nei suoi di pensieri. Una parte di azione in cui Wander, una volta trovato il Colosso, elabora una strategia per ucciderlo.

Il gioco ha pochi dialoghi e la storia è ridotta all’osso. Wander, l’eroe solitario, farà qualsiasi cosa per uccidere i Colossi. Ciò che mi ha colpito di più è la perseveranza e la calma che animano le azioni del protagonista.

Da qui, tre delle regole dell’Arte della guerra presenti in Shadow of the Colossus:

  • Conosci te stesso:

Wander non ha neanche il bisogno di capire a fondo questa frase. Il suo amore per Mono lo porterà dentro al cuore delle Forbidden Land. Conoscere se stesso, in questo caso, è conoscere il tuo desiderio.

  • Il generale non deve combattere se il suo cuore è animato dalla rabbia:

Trasformare la rabbia in perseveranza. Non ha senso provare rabbia e tristezza per la morte di Mono. Nel suo mondo, esiste un modo per riportare in vita i morti. Ciò è abbastanza per Wander per sopprimere le proprie emozioni e portare avanti un’impresa tutt’altro che nobile.

  • Gli esperti nell’arte della guerra inducono a combattere e non fanno mai la prima mossa:

Questa è un pò forzata considerando che i colossi non sono essere umani ma delle entità antiche che non sembrano nemmeno interessate ad attaccare Wander ma solo a difendersi. Tuttavia, l’anti-eroe di questa storia (controllato dal giocatore), osserva come il suo avversario si muove sul campo di battaglia, lo induce all’attacco scoccando una o due frecce e, presumibilmente, elabora una strategia che possa portarlo più vicino all’abbraccio di Mono… sono lacrime queste?

Indurre il nemico all’attacco e gestire le proprie azioni dalla sua reazione… Non fate caso alla barra della stamina di questo tizio. Imbarazzante a dir poco.

Detto ciò, posso sicuramente affermare di aver forzato ogni singola regola di Sun Tzu in questo piccolo, grande capolovoro di videogioco che meriterrebe una remaster per ogni generazione di console. Ecco, invece, un’altra massima che vale la pena di ricordare, la mia preferita:

  • Con ordine, affronta il disordine; con calma, affronta l’irruenza. Questo significa avere il controllo del cuore.

Forse, se Wander avesse seguito il consiglio di Sun Tzu, avrebbe potuto evitare di far nascere la dinastia dei bambini con le corna che abbiamo imparato a (non) conoscere in Ico.

Attacco per stratagemma- Sun Tzu

Saluti, Strugglers!

Ecco qui un personalissimo aneddoto su The Art of War (l’arte della guerra) di Sun Tzu. Un paio di settimane fa stavo aspettando l’aereo per tornare in Italia quando, sul sedile accanto al mio, trovo un libricino completamente nero rilegato in una copertina rigida. Sembrava non ci fosse un titolo. Come ogni persona sana di mente ho esclamato con sorpresa: “Il DEATH NOTE! I miei problemi sono finiti!”

Non era il Death Note. Era un libro scritto da un generale militare cinese del -2000000 A.C. L’arte della guerra. L’introduzione è di un certo James Chan, un tizio che è il presidente di marketing di una qualche associazione di compra-vendita. Qui la mia prima domanda:

Che senso ha leggere un libro di strategia militare antica al giorno d’oggi?

Qui le mie prime risposte:

La vita degli affari, la scalata al successo (qualsiasi cosa si intenda per successo), la vittoria personale è una grande guerra che viene combattuta dall’alba dell’umanità. Il campo di battaglia di oggi potrebbe essere un ufficio così come nel mondo degli affari. Per conoscere la vittoria (scusa Baki) bisogna giocare d’astuzia.

L’arte della guerra è un manuale di auto-miglioramento che in più di mille anni ha aiutato (aiuta e aiuterà) milioni di leader a raggiungere i propri obiettivi. In sintesi, il libro indica che la vittoria è il fine ultimo della guerra. Il generale capace vince evitando il conflitto. Bisogna conoscere il nemico tanto quanto se stessi.

Ora: il libro è una straordinaria collezioni di aforismi utili e meravigliosi… varrebbe la pena di leggerlo solo per frasi come:

“Veloce come il vento, lento come una foresta, assali e devasta come il fuoco, sii immobile come una montagna, misterioso come lo yin, rapido come il tuono.”

“Se sei capace, fingi incapacità; se sei attivo, fingi inattività.”

E, infine, la mia preferita di Sun Tzu:

“Se conosci il nemico e te stesso, la tua vittoria è sicura. Se conosci te stesso ma non il nemico, le tue probabilità di vincere e perdere sono uguali. Se non conosci il nemico e nemmeno te stesso, soccomberai in ogni battaglia.”

Conoscere se stessi: questo mi sembra la cosa più difficile da mettere in praticare. Conoscere se stessi significa possedere un grado di onestà che in pochi potrebbero raggiungere.

Conoscere se stessi significa accettare i propri limiti, le proprie paure, i propri punti deboli… e rifletterli alla luce dei nostri obiettivi, sogni e avversari che vogliamo vincere. Capire quando iniziare una battaglia e quando evitarla è una abilità che si affina con il tempo o con la saggezza. Ho sin troppa quantità del primo fattore e assai poca del secondo fattore.

Grazie all’arte della guerra, le ore che mi separavano dall’Italia sono passate veloci… e ho avuto l’occasione di riflettere su quanto io sia lontano dal mio sogno.

Una lettura che (nel bene o nel male) consiglio a chiunque.

Alla prossima, Strugglers!

My Hero Academia: cosa si è disposti a fare per realizzare il proprio sogno?

C’è chi sogna di dominare il mondo e chi dedica tutta la vita alla creazione di una spada. E se c’è un sogno a cui sacrificare tutti se stessi, c’è anche un sogno simile a una tempesta che spazza via migliaia di altri sogni. Non centra la classe, né lo status, e neppure l’età. Per quanto siano irrealizzabili, la gente ama i sogni. Il sogno ci dà forza e ci tormenta, ci fa vivere e ci uccide. E anche se ci abbandona, le sue ceneri rimangono sempre in fondo al cuore… fino alla morte. Se si nasce uomini, si dovrebbe desiderare una simile vita. Una vita da martiri spesa in nome di un dio chiamato sogno

Griffith

Devo essere sincero. Questo post è perlopiù ispirato dalla visione di My Hero Academia. Non parlerò qui della mia opinione sulla serie (bella… ma un filino sopravvalutata). Non cercherò di fare un parallelismo con Berserk: sarebbe più inutile di Sakura. Tuttavia, osservando Midoriya (Deku) dedicarsi ogni singolo giorno alla realizzazione del suo sogno, mi ha portato a riflettere per l’ennesima volta su cosa realmente significhi vivere per un sogno. Ora, non fraintendetemi: il tema della perseveranza, del duro lavoro, dei sogni, della redenzione e della crescita personale sono comuni all’ottanta percento dei manga. Risulterebbe impossibile non leggere anche solo un’opera all’apparenza superficiale come Dragon Ball senza percepire un desiderio continuo di “spingersi oltre il proprio limite“. Ma è proprio per la mia passione per i manga che il tema del sogno è talmente radicato in me da essere parte della mia filosofia.

Incominciamo con My Hero Academia: in un futuro vicino, la maggior parte della popolazione nasce con un “quirk” che gli permette di compiere azioni straordinarie. Tutti sognano di essere supereroi e, adesso, questo sogno può finalmente diventare realtà. Non ci è dato sapere perché ci sia stata questa improvvisa “esplosione” di supereroi, tuttavia è così. In questo mondo, un bambino vuole disperatamente essere come All-Might, il supereroe simbolo della giustizia… ma (c’è sempre un ma, non è vero?) il ragazzo in questione fa parte del venti percento della popolazione che è nata senza quirk. Senza poteri, allontanato dai suoi coetanei, vittima di bullismo, ossessionato da un qualcosa che è decisamente fuori dalla sua portata.

Midoriya, soprannominato “Deku” (inutile)

Tutto questo fino a quando non incontra finalmente il suo eroe, All Might, che riconosce il valore di Midoriya e gli “trasmette” il potere “One for All”… tuttavia, questo potere è ben differente dal morso del ragno di Peter Parker o il bagno nei rifiuti radioattivi di Bruce Banner: infatti, il giovane Midoriya, dovrà sostenere un duro programma di allenamento che metterà a dura prova la sua mente e il suo corpo, rendendolo così degno di ereditare il One For All.

Come dice All Might stesso: “C’è una grande differenza tra chi nasce con un’abilità e chi si fa il culo per ottenerla…” (più o meno il senso è quello). Ed è così che nasce la storia di Midoriya e di come abbia completamente cambiato se stesso per arrivare più vicino al proprio sogno. Ho letto molte critiche riguardo questo aspetto. A quanto pare, My Hero Academia, è percepita da alcuni come una favola irrealistica che dipinge una realtà che potrebbe mai accadere. Non tutti coloro che seguono i propri sogni, infatti, li realizzerebbero al contrario di quanto questo anime insegni.

Midoriya (quello che fa fatica a sollevare 30 chili di panca piana) si spacca di brutto cercando di diventare come il suo eroe, All Might (a destra)

Non è questo il punto di My Hero Academia (neanche quello di Naruto, Dragon Ball, Baki…). Il punto è che tutti i sogni sono alla portata di chiunque. Tuttavia, pochi sono disposti a sputare sangue per ottenerli. Pochi sono disposti a impazzire e ad abbandonare la propria sanità mentale per raggiungere quel punto di non ritorno in cui la maggior parte delle persone semplicemente abbandona. Questo è qualcosa che vedo ogni giorno.

In palestra, quando le persone cercano di attenersi a quella ridicola lista di buoni propositi che hanno creato due ore prima la mezzanotte del capodanno e comprano una di quelle “membership” bimensili foderate in plastica scintillanti destinate a prendere polvere nei portafogli. Negli studi, quando si preferisce Netflix ai libri per poi rischiare di perdere l’anno. E così via. Il punto, quindi, è che i sogni sono sì alla portata di tutti ma sono talmente poche le persone che sono disposte ad annullarsi per seguire il proprio sogno che è praticamente dire lo stesso di: “Non tutti possono fare tutto”. Ovviamente, chiunque può avere i propri momenti di debolezza.

Sempre per citare All Might: “Un vero eroe non è quello senza debolezza. Un vero eroe è colui che agisce e prende una posizione combattendo le proprie debolezze.” (Più o meno. Leggo in inglese perciò le mie traduzioni non sono fedeli al cento per cento.)

Deku e All Might: anche loro sono degli ottimi esempi di Strugglers.

Torniamo all’inizio del post. Ho scelto una frase emblematica di uno dei personaggi più odiati del mondo della narrazione. Griffith: il motivo per cui Guts ha incominciato il suo viaggio.

SPOILERS PESANTI SU BERSERK:

Colui che ha sacrificato l’intera Squadra dei Falchi per la realizzazione del suo sogno. Il super-uomo descritto da Nietzsche: libero da ogni morale, libero da ogni stupida legge terrestre degli uomini. Il suo sogno sembra davvero così grande da spazzare via ogni cosa che incontra. Sembra la personificazione androgina del protagonista di Delitto e Castigo. Dato che questo voleva essere un post-lampo (come una piccola Blitzkrieg), non mi soffermerò sull’analisi di questo personaggio tanto complesso quanto frainteso. Per tutti coloro familiari con l’opera di Berserk, vi chiedo di essere sinceri con voi stessi: non avreste fatto le stesse azioni di Griffith ai tempi dell’Eclissi? (Caska a parte) Stiamo parlando di un individuo completamente distrutto (mentalmente per la perdita di Guts, fisicamente per un anno ininterrotto di tortura). Il sogno per cui viveva è evaporato come neve sotto il sole. Stiamo parlando di una persona che ha persino contemplato il suicidio pur di non essere un peso per la Squadra dei Falchi. Fino a quando il behelit appare di nuovo dandogli nuova speranza.

Se non avesse sacrificato i suoi amici, la morte di tutti coloro uccisi nei campi di battaglia sotto il vessillo del sogno di Griffith non avrebbero avuto alcun senso. Anche lui ha dovuto scalare la gerarchia sociale per arrivare dove era arrivato. Anche lui, come Deku, ha sputato sangue (letteralmente) per arrivare dov’era. Un sogno che era diventato realtà per poi perderlo… per poi acquisirlo nuovamente. Ad essere sincero, dubito avrei avuto il coraggio di Griffith di sacrificare i miei amici, ma non me la sento di condannarlo. La sua scelta può di sicuro essere discutibile, ma ha senso e posso comprenderla molto bene.

Detto questo, dal nome del sito, penso si possa evincere con facilità chi sia il mio personaggio preferito nello yin e yang che prendono il nome di Griffith e Guts.

P.S: Questo signore, JaxBlade, gestisce un interessante canale di Youtube in cui approfondisce per filo e per segno ogni tipo di allenamento introdotto dalla maggior parte degli anime. In questo video, ad esempio, spiega come allenarsi come Deku. Ogni persona che si è sentita ispirata ad allenarsi guardando gli anime dovrebbe ringraziare JaxBlade.

The Black Swordsman- il potere del passato

Saluti, fellow strugglers. Incominciamo con un piccolo riassunto della trama fino adesso: un gigante vestito di nero è in viaggio per ottenere la sua vendetta contro qualcosa che il lettore comincia a sospettare che non sia interamente umano. Assistiamo all’immensa forza dello spadaccino nero contro una ventina di uomini. A fargli compagnia, l’elfo Puck che ha liberato dalla prigionia di alcuni mercenari. Tuttavia Guts è stato rinchiuso nella prigione di una fortezza per aver dato noia a un potente lord. Come detto precedentemente, voglio focalizzarmi sull’analisi dei personaggi piuttosto che entrare nel dettaglio della narrazione di Berserk. Perciò, perdonatemi se salto alcuni momenti: l’opera è lunga…e incompleta. Fellow Strugglers, bentornati sul Game of Thrones dei manga.

Il marchio del sacrificio e il passato di cui Guts è letteralmente preda

Nonostante il Guerriero Nero sia solo il primo capitolo di una lunghissima serie è incredibile quanto ci sia da dire. D’altronde, i primi concetti vengono introdotti e neanche Miura stesso aveva una precisa idea di dove sarebbe andato a parare. Ma procediamo con ordine. In questa immagine notiamo per la prima volta un primo piano del “marchio del sacrificio”, un simbolo inciso nella carne di Guts che sembra sanguinare ogni volta che un apostolo si trova nei paraggi. Un simbolo che rimanda direttamente al motivo per cui Guts ha intrapreso un viaggio dal quale, con ogni probabilità, non potrà fare più ritorno (ritorno da dove, poi?). Guts, aiutato da Puck, riesce ad uscire dalla prigione e a combattere l’apostolo che pare abbia una forza sovrumana e un aspetto tutt’altro che amichevole. Guts riesce a prevalere con la sua rabbia e la sua determinazione.

“Dove sono i cinque della mano di Dio?” chiede all’apostolo morente con un sorriso da psicopatico mentre si lecca il sangue dalle labbra. Non c’è risposta mentre l’apostolo muore in un lago di sangue tra le risate di Guts. Qui, l’elfo Puck dà prova di una delle abilità degli elfi: riesce a percepire le emozioni degli umani. Nel caso di Guts: rabbia, tristezza, paura e ancora rabbia. Il contrasto è così forte da far piangere Puck. Si rende conto che ciò che ha reso Guts un tale mostro di cinismo, ira e volontà è racchiuso nel suo passato e nel marchio che porta sul collo. La stessa volontà, determinazione e cinismo che accomuna Griffith: la stessa faccia della medaglia di Guts.

Lo spadaccino nero si lascia alle spalle una nuova scia di cadaveri e si appresta a trovare un posto per addormentarsi. Eppure, come presto si scoprirà, non è semplice per chi è segnato dal marchio del sacrificio dormire sonno tranquilli. Gli incubus,spiriti maligni che provocano degli incubi nelle persone per nutrirsi delle loro paure, lo perseguitano.

Il passato di Guts gli impedisce di vivere una vita normale persino “fisicamente”. Il tema di convivere con i mostri del proprio passato è onnipresente in Berserk. Come Donovan avrà sempre un posto speciale nei peggiori incubi (materiali e non) di ‘Guts’ anche Griffith, l’Eclissi, il senso di perdita (Caska), inadeguatezza (non essere riuscito a salvare la Banda dei Falchi), tristezza sono talmente radicati in Guts da uscire dai confini della sua mente. Come il movimento letterario dei romantici faceva coincidere le condizioni atmosferiche con lo stato d’animo dei loro protagonisti (Goethe faceva piovere per esasperare la psiche di Werter), Berserk fa qualcosa di simile spingendosi oltre. Infatti, lo stato d’animo di Guts ‘distrugge’ i limiti del suo pensiero riversandosi nella sua realtà. Probabilmente il paragone con i romantici è stato azzardato. Piuttosto, direi che l’espressionismo è ciò che contraddistingue Berserk. Ad esempio, nel film Das Cabinett des Doctor Caligari, la psiche del protagonista viene riversata nell’ambiente fisico.

Tutto appare distorto come la sottile psiche del protagonista.
La mano di Dio. God Hand. Il mondo opposto alla realtà riflette le allucinazioni di Guts e il suo senso di smarrimento. Al contrario dell’espressionismo, però, in Berserk l’elemento di interiorità ed esteriorità dei personaggi e dei loro sentimenti diventa parte della trama.

Dovrebbe suscitare poca sorpresa che gli ambienti riflettano le paranoie dei protagonisti. Messa sotto la lente d’ingrandimento, Berserk è una grande introspezione dei due personaggi principali: Guts e Griffith. Mi dilungherò su quest’ultimo in seguito spendendo qualche parola sulla Golden Age, sull’infanzia di Guts e su come il suo passato e i suoi traumi abbiano plasmato il carattere forte, distaccato e all’apparenza freddo che abbiamo imparato a riconoscere nei primi due capitoli di Berserk. Da preda a predatore a preda a predatore. L’evoluzione di Guts sembra oscillare sempre tra queste due definizioni. Il senso di confusione, angoscia e traumi che lo accompagnano sin dai tempi dello stupro di Donovan si sono poi acuiti con l’Eclisse e il sacrificio perpetrato da Griffith. Ho sentito spesso dire come i primi capitoli di Berserk descrivano male il carattere di Guts rendendolo un teenager ribelle e negativo nei confronti della vita. Sono d’accordo in parte. I primi capitoli, se presi singolarmente, non riflettono ancora il capolavoro che prenderà il nome di Berserk. Non parlo solo della scrittura, ma anche- e soprattutto- dei disegni. Tuttavia, se si guarda l’opera come un insieme, i primi capitoli riguardanti il Black Swordsman appaiono come una grande rivelazione del personaggio di Guts e di come ripeta mentalmente a se stesso il mantra “debolezza è sinonimo di morte”: non vuole lasciare che si ripeta una nuova Eclissi. Non vuole soccombere ancora.

La filosofia del primo Guts. “Andiamo, suicidati,” enuncia semplicemente lo spadaccino nero in vista della principessa in lacrime che ha salvato da un apostolo.

Piccola considerazione personale: credo che frasi come queste elevino Berserk non solo come uno dei migliori fumetti mai creati, ma anche come una delle migliore guide di self-help che esistano al mondo. La versione semplicistica del detto, “Questo è un mondo crudele e ti ucciderà se glielo permetti,” non si rivela così troppo semplicistica in fin dei conti. La debolezza non è una scusa e porterà solo a noie. Non dico di essere come Guts, ma, nel corso dell’opera, scopriremo come anche solo metà delle cose che ha passato lo spadaccino nero avrebbero portato al suicidio una persona normale. Guts è la personificazione della forza e di tutti coloro che combattono cause perse. Credo di averlo detto già un paio di volte, ma penso che noi tutti dovremmo imparare di più da lui. Da quando lo conosco e faccio parte del suo viaggio, mi faccio spesso forza pensando: “Se ci riesce lui, perché non dovrei riuscirci io?” E prima che mi diciate che è un personaggio finto (vero), che il suo carattere è ‘scritto’ per non arrendersi mai (vero) e che, in ogni caso, non ho neanche sperimentato un quarto delle sue sofferenze (vero, vero, vero)…. rispondo che c’è sempre da imparare. Non importa se un mondo non esiste o se i personaggi che lo animano sono dei disegni di carta. Si può prendere spunto da qualsiasi immagine per migliorare la propria vita.

Un esempio? Quest’uomo ha migliorato la propria salute mentale e fisica ispirato dall’allenamento di Saitama in One Punch Man (100 flessioni!100 addominali!100 squat! 10 chilometri di corsa! Ogni singolo giorno!)

http://digg.com/2019/train-one-punch-man

Ho scritto nella mia introduzione che avrei spiegato nel corso di questo blog di come gli anime e i manga mi hanno aiutato a prendere una posizione nella mia vita. L’allenamento fisico è stata la chiave di volta per lasciare il me del passato (quello con il marchio del sacrificio, per intenderci) alle spalle. Ma immagino che questa sia la storia per un’altra volta.

Siate come Guts, Strugglers! Se lui può continuare il suo viaggio, possiamo farlo anche noi.

The Black Swordsman- Inizio

Forse sei un veterano dell’odissea di Miura che aspetta dall’epoca di Big Boss lo scontro finale tra Guts e Griffith o, forse, stai per muovere timidamente i passi verso Berserk perché hai sentito dire da qualche parte che ha ispirato Dark Souls. In ogni caso, addentriamoci dentro la fitta foresta narrativa che risponde al nome di Berserk.

Letteralmente (meglio graficamente) l’inizio del manga. Il nostro eroe, il Berserk, Struggler, Guts, Spadaccino nero (a destra) trucida un demone o, per meglio dire, un apostolo, che un attimo prima aveva le sembianze di una donna. Capii subito di trovarmi di fronte a un capolavoro.

Berserk incomincia in medias res. Non sappiamo nulla del giovane guerriero dagli abiti neri che attraversa le porte dei numerosi castelli dal sapore medioevale in compagnia della sua spada. Beh… non proprio una spada. Quella cosa era troppo grande per essere una spada. Era più simile a un ammasso di metallo, tanto pesante quanto lo era l’uomo che lo portava. In questa prima parte, però, dimenticatevi delle risposte pronte. Per fare un parallelismo con una delle mie opere letterarie preferite, La Torre Nera, i primi capitoli non sono altro che un assaggio dello stile dell’autore che preferisce introdurre il lettore in un universo narrativo di ampio respiro senza però annoiare con dettagli che verranno scoperti con calma. Più avanti. Lungi da me rovinare l’esperienza di leggere per la prima volta Berserk (niente spoiler ovviamente), tuttavia è chiaro sin dalle prime battute dello spadaccino nero che il nostro eroe è in cerca di vendetta. Contro chi? Contro cosa? Calma. Prima di rispondere anche solo a una di queste domande, è necessario accompagnare Guts in un piccolo (immenso) bagno di sangue.

Ecco un piccolo aneddoto che vi sento di raccontarvi: Guts entra in una taverna; dei banditi si divertono a torturate un elfo (molto kawaii); Guts trucida i banditi assoldati da un politico di spicco; le guardie della città arrivano per fermare Guts; Guts trucida le guardie della città- una decina- e finisce prigioniero. L’elfo cerca di liberarlo ma Guts rifiuta perchè annoiato dalla sola presenza di un essere tanto debole da non riuscire a difendersi.

Un’immagine vale più di mille parole

Da queste prime scene possiamo capire in largo anticipo i temi dell’opera di Berserk. Violenza. Traumi. Sesso. Innocenza. Forza. Guts si inoltra senza paura in un mondo dominato da un’atmosfera ostile, malvagia e senza pietà per coloro che non possiedono la forza di combattere. Il fatto che abbia salvato Puck, l’elfo che diverrà un suo compagno di viaggio, dimostra che il suo animo non è ancora completamente corrotto dal suo innominabile passato e dal senso di vendetta che anima ogni fibra del suo corpo. Tuttavia, siamo alla presenza di un uomo forte ma completamente distaccato dalla vita. Guts ha chiuso il suo cuore a doppia mandata dentro una gabbia di cinismo e disprezzo.

“Chi muore in una battaglia che non gli appartiene non sarebbe mai dovuto nascere…” (traduzione ufficiale manga italiano)
A sinistra, l’elfo Puck

Ma, come ho già detto, non tutto è perduto. Il suo flebile rapporto con Puck introduce un lato del suo carattere che verrà ripreso ampiamente nei capitoli della Golden Age: Guts è, infatti, un protettore. Nonostante Guts odi ammetterlo, (probabilmente… non sono suo amico) proteggere e vegliare sulle persone che non possono farlo sarà un legame che verrà difficilmente meno nella sua travagliata relazione con Caska. Nonostante Guts cerchi di allontanare la compagnia di Puck con ogni mezzo, i due si ritroveranno compagni nella truculenta caccia agli apostoli che sono in qualche modo legati al passato dello spadaccino nero. Apostoli… persino dei suoi nemici si sa ben poco se non che abbiano una forma demoniaca simile a questa.

Tuttavia, il vero nemico di Guts è ben più temibile di questi mostri. Girovagando per le Midlands, le terre dove la storia si svolge, il profilo di Guts acquisirà sempre più sfumature fino a culminare con l’incontro tanto atteso con il suo nemico giurato. Il falco delle tenebre. Griffith. La nemesi di Guts. Il Satana di Akira Fudo. Il Dio Brando di Jotaro Kujo. Membro di un gruppo di divinità chiamate con il nome di “God-hand”, la mano di Dio. Ma è ancora presto per raccontare nel dettaglio la storia della volontà e della forza di un uomo contro il destino più atroce e orribile che si possa immaginare.

Per il momento, ecco quel che sappiamo dello spadaccino nero:

Una protesi che funge da cannone. Vestiti neri quasi quanto la sua anima. Un’abilità con la spada fuori dal comune: il guerriero nero è capace di uccidere un gruppo di cento uomini con relativa semplicità. Un dettaglio sul quale vorrei soffermarmi: come avrete sicuramente notato, l’occhio destro di Guts è chiuso, accecato. Il volto serio, arrabbiato e profondamente provato dalla vita è deturpato da un occhio che (come avremo modo di poter leggere più avanti nella saga) rimane chiuso al presente, eterna memoria di un passato dal quale cerca disperatamente di sfuggire. Un occhio che non viene mostrato aperto e bianco ma chiuso con tale forza da risultare una piccola fessura nera. D’altronde il nero è un colore estremamente simbolico per Guts: rappresenta l’assenza del colore e della vita, un chiaro segno caratteristico della presenza della morte di Guts sin dall’inizio della Golden Age. Il pellegrino vestito di nero, lo spadaccino nero la cui sola presenza sembra attirare i demoni del suo passato che attanagliano il suo presente e il suo futuro. Simile a Violence Jack. Simile, anche, al crociato incappucciato Batman. Lo spadaccino nero: un uomo costretto a diventare demone per sconfiggere i suoi nemici. Il falco bianco divenuto ben presto il falco delle tenebre come per rimarcare il legame indissolubile che lega Guts e Griffith.

“Spero per te che tu non sia un apostolo.”

Nel prossimo articolo, mi soffermerò brevemente sull’importanza delle azioni del Guts del passato (colui che non abbiamo ancora conosciuto) e come esse si ripercuotono nell’universo magnificamente illustrato da Miura. Incubus… Incubi che tormentano l’eroe scelto come agnello sacrificale da un potere molto più in alto di lui.

A presto, Strugglers.

Saluti, fellow strugglers

Struggler’s party… un nome strano per un blog, non trovate? Per chiunque bazzichi nel vasto mare della comunità anime e manga, il nome “Berserk” non ha di certo bisogno di presentazioni. Uscito nel lontano 1989 per la prima volta in Oriente (quasi un decennio prima della mia nascita… Yare yare daze), la grande epopea di vendetta e di epicità che vedeva protagonista colui nominato nel peccato e nella lussuria “Il guerriero nero” divenne ben presto simbolo dell’immaginario collettivo dei manga seinen. Non credo si possa esprimere in semplici parole una storia talmente complessa (ma mai complicata) come quella di Berserk… non in un semplice post almeno.

Ecco una sintesi disonorevole e spiccia della migliore saga di questo secolo e di quello precedente: un uomo si oppone con forza e rabbia alla potenza del destino che potrebbe essere paragonata a quella di Dio. La sua impresa, la sua rabbia e la sua forza di volontà sono direttamente proporzionali alla potenza del nemico che è costretto ad affrontare.

Destino contro rabbia.

Predestinazione contro sacrificio (o dovrei dire eclissi?).

Sogni contro realtà.

Il terribile viaggio del guerriero nero lo porterà a incrociare le armi contro la realtà e, forse, alla sconfitta (il finale di Devilman vi dice qualcosa?)

Sappiate solo che la storia di Guts cambiò radicalmente la mia vita un anno fa. La caparbietà di questo personaggio non conosce eguali. Ha patito sofferenze che difficilmente si potrebbero immaginare. Al guerriero nero, anche chiamato Struggler (dall’inglese: colui che lotta e soffre in condizioni pesantemente avverse), anche chiamato Guts, non frega un cazzo di essere solo una pedina di un mondo che a stento riconosce la sua esistenza. Naviga nel dolore e nella sofferenza come il più esperto dei marinai e ne esce ogni volta più forte di prima. Volevo essere anche io come lui. Voglio essere anche io come lui. Un essere pronto a qualsiasi cosa per ottenere ciò che desidera e, finalmente, divenire più di un semplice fantasma del suo stesso passato.

In questo blog parlerò principalmente di Berserk, ma anche di altri manga e anime che hanno acceso in me la capacità di credere nuovamente nei sogni e nelle speranze. Vi ho annoiati più che abbastanza. Spero possiate trovare qualcosa di vostro gradimento in un futuro non troppo lontano su questo sito. Spero che possiate ottenere qualsiasi cosa cerchiate.

Saluti, fellow strugglers

Party (gruppo): Un gruppo di persone unite da un obiettivo comune.
Benvenuti nel party di Guts, Strugglers.