Romanzo Criminale, il libro di Giancarlo De Cataldo

Per chi mi segue da un po’ di tempo avrà capito che il genere crime è tra i miei preferiti in assoluto. La figura del criminale è romanticizzata da molti attraverso i media e si può quasi dire che appaia come eroica. Quanti di noi hanno sognato anche solo una volta di essere dei gangster dopo aver visto Goodfellas o The Wolf of Wall Street? Qual è la ragione per cui a volte sogniamo di essere come loro? Non serve pensare troppo. Sono uomini pieni di soldi e donne che si prendono ciò che vogliono senza farsi troppi problemi: molto spesso l’opposto dello spettatore che li guarda. Credo sia normale voler essere di più come loro… soprattutto nella loro versione dipinta dai media.

Leggendo Romanzo Criminale per la prima volta mi sono ricordato di come anch’io, da bambino, romanticizzavo queste figure: persone senza talenti o meriti ma che potevano definirsi i nuovi Re di Roma a poco meno di trent’anni. Peccato che questa storia, come tutte le favole a sfondo criminale, non ha una lunga durata. Peccato che non ci sia neanche un lieto fine… ma non preoccupatevi. Non è uno spoiler: solo il naturale ordine delle cose.

Ma procediamo con ordine: Libanese, Dandi, Bufalo e Freddo sono pesci piccoli nel vasto mare della criminalità organizzata romana, accumunati dal sogno di prendersi la Città Eterna. Un luogo che non ha mai voluto padroni e che mai ne vorrà. Qui la criminalità è decentralizzata e limitata alla supremazia di quartiere. Manca una vera e propria banda che faccia capo al commercio di droga e gioco d’azzardo. Ed è da questo sogno che nasce la Banda della Magliana e le origini di Mafia Capitale.

Si tratta di un progetto ambizioso che pone le sue fondamenta con il rapimento del barone Rosellini, un colpo eseguito con maestria e che genera alla Banda un generoso profitto. Ma ecco la pensata geniale direttamente dalla mente del Libanese: non bisogna dividere il malloppo per ciascun membro del Gruppo ma investire il totale nel commercio di droga per ampliarsi. Il resto? Stecca para per tutti.

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Una cosa così a Roma non si era mai vista. Ed è proprio da qui che incomincia l’origine della Banda. Alle loro costole, il giovane commissario Scialoja insieme al sostituto procuratore Fernando Borgia.

Un romanzo scritto con uno stile fluido e semplice che racconta una delle storie, e delle fantasie, che hanno plasmato l’Italia come la conosciamo adesso. Ovviamente molti eventi sono stati cambiati e romanzati, così come i nomi dei protagonisti, per ottenere una trama più avvincente. La caratterizzazione dei personaggi è di una umanità sconcertante tanto che, spesso, si dimentica che si sta parlando di assassini. Alcuni passaggi, come il Libanese e il Freddo che si concedono una carbonara al ristorante o la Banda che decide all’unisono come spendere i soldi del colpo, sono scritti in maniera tale da rendere queste persone quasi vive e, in un certo senso, amici del lettore. Un romanzo sicuramente consigliato e che ha gettato le fondamenta per una delle serie tv italiane più belle nel panorama internazionale.

Denti da squalo: stand by me ricordi di un’estate incontra Non essere cattivo

Sono affascinato, come molti, dalle storie che pongono la criminalità al centro. Quando andavo alle medie, una delle serie tv che creava più discussione tra i vari gruppi che componevano la gerarchia sociale delle classi era senza dubbio Romanzo Criminale, trasposizione televisiva della storia della Banda della Magliana, un gruppo di criminali realmente esistito con il sogno di conquistare Roma.

Alcuni di noi, se non quasi tutti, guardavano con ammirazione le loro gesta: d’altronde quel tipo di vita risulta particolarmente affascinante per un bambino. Il fenomeno di eroicizzare figure criminali in Italia ha raggiunto forse il suo apice con Gomorra: al liceo era d’obbligo guardarlo. Ma la lista continua con Breaking Bad, The Wolf of Wall Street, I Soprano, Quei bravi ragazzi. C’è qualcosa in queste storie che parla ad ognuno di noi a un livello personale e credo che tutti, almeno una volta, nelle più oscure fantasie, ci siamo immaginati più simili a questi personaggi tanto brutali quanto carismatici che compongono la vasta narrativa crime.

Denti da squalo: tra criminalità e formazione

Denti da squalo parla di come questa vita da criminale composta di paura, rispetto e gloria venga percepita dal punto di vista di un bambino che si riflette in noi spettatori. Tutto comincia quando Walter, 13 anni, perde suo padre Antonio in un incidente al depuratore. Rimasto solo insieme alla madre, questa sarà la sua prima estate senza la figura paterna. In una delle sue traversate in bicicletta lungo il litorale romano, Walter si introduce furtivamente in una villa all’apparenza abbandonata con un’enorme piscina. Come ogni bambino di tredici anni che si rispetti, Walter non ci pensa due volte a tuffarsi dentro… per poi trovarsi uno squalo all’interno. Walter farà la conoscenza di Carlo, custode temporaneo della villa appartenente al temuto boss criminale Corsaro.

Ed è così che nasce un’improbabile amicizia tra i due. Carlo introdurrà Walter alla piccola vita criminale locale nella gang con a capo Tecno. Tra le prime rapine, estorsioni e momenti di dialogo e riflessioni a bordo piscina in compagnia dello squalo, Walter sembra ricalcare le ombre del padre. Ma questa vita non è facile. Come rivela lo stesso Corsaro: “Non è per tutti essere uno squalo”. Walter si rende conto presto di come l’adrenalina della criminalità possa sfociare in poco tempo ad una privazione dei propri obblighi morali e della libertà stessa.

Al contrario di altri film di questo genere, Denti da squalo è un racconto di formazione che a tratti funge da meravigliosa fiaba urbana in cui la criminalità è solo un pretesto per esprimere al meglio l’inquietudine e la difficoltà del passaggio dall’infanzia all’adolescenza.

I riferimenti cinematografici sono molteplici: da Stand By Me a Dog Man fino ad arrivare a Non essere cattivo. Nonostante nel finale si perda un po’, forse per colpa di un minutaggio troppo esiguo, l’opera prima di Davide Gentile si rivela un film originale con una grande intuizione cinematografica. La caratterizzazione dei personaggi è fortemente ispirata e le location del litorale romano sono una cornice perfetta per inquadrare una storia di speranza mista a malinconia.

I Guardiani della Galassia III: l’anima di un procione si rivela nell’esperienza più orribile della sua vita

L’altro giorno mi sono visto I Guardiani della Galassia III. Non è esattamente il tipo di film che vedo solitamente, ma i primi due non erano affatto male e James Gunn è un regista che sa il fatto suo: adoro il senso di caratterizzazione dei personaggi che ha donato alla sua trilogia e il suo tocco inconfondibilmente emotivo e malinconico mi ha sempre fatto commuovere in più di una occasione. Protagonista indiscusso della pellicola è Rocket, o per meglio dire il suo passato, che è sempre stato accennato nei film precedenti ma mai esplorato nel modo che meritava.

Prima di arrivare a questo punto, però, vorrei spendere un paio di parole sul perché ho adorato i Guardiani sin dal primo film. Il tono scanzonato, provocatorio, divertente e sopra le righe mi ha fatto subito innamorare dell’opera. La scrittura è divina se paragonata al filone dei film della Marvel. La regia meravigliosa. Ma è nella storia che accade la vera magia: soprattutto nel lato umano della pellicola.

Nel concreto: un essere umano, un’aliena verde, un procione parlante, un albero senziente e Dave Bautista (categoria a parte) si ritrovano insieme per puro caso e, nonostante le differenze, trovano in ognuno di loro un qualcosa che è sempre mancato nella propria esistenza: una famiglia. Nonostante il tono del film che mira ad un pubblico molto giovane, ognuno dei Guardiani è prigioniero del proprio passato e, a causa di orribili esperienze subite, non riescono ad andare avanti con le loro vite. Sono una banda di reietti, ladri, assassini, guerrieri che hanno sempre fatto del loro meglio per sopravvivere ma che hanno sempre peccato del fatto di non avere uno scopo nella vita: uno scopo che ritrovano nella formazione dei Guardiani della Galassia.

rocket guardiani della galassia

Siamo venuti a conoscenza del passato di Quill, Drax, Gamora ma non di Rocket: non del personaggio che ha sofferto di più. Il tema dell’andare avanti grazie alle connessioni che si creano tramite l’amicizia è uno dei più importanti nei Guardiani. Ma a volte è impossibile scappare da ciò che abbiamo passato e bisogna farci i conti per tutta la vita come afferma l’opening di Full Metal Alchimist. Detto questo non bisogna affrontare quei demoni per forza da soli. Dopo un tentativo di rapimento da un essere misterioso, Rocket è in fin di vita e toccherà al suo team, ancora profondamente scosso dagli eventi accaduti in precedenza, a soccorrerlo.

Ed è qui che il film si divide in due parti distinte: l’escursione nel passato di Rocket, il motivo per cui è un procione che parla, il fatto che possieda un quoziente intellettivo di 250 e la ragione dietro le cicatrici sulla schiena; e, infine, il viaggio dei Guardiani che faranno di tutto per non perdere un membro della loro famiglia. Uno splendido racconto sul superare e, inevitabilmente, convivere con i traumi della vita. Se proprio dovessi il trovare un difetto sarebbero i vari riferimenti delle opere al di fuori del franchising dei Guardiani. Nonostante io abbia visto gli altri due film, alcune cose erano completamente nuove per me: perché c’è un’altra versione di Gamora che non ricorda nulla del suo amore per Quill? Quando hanno detto che Mantis è la sorella di Quill? Sospetto che la risposta a queste domande sia in Avengers Infinity War ma, in fin dei conti, sono stati bravi a riempire queste lacune con qualche spiegone.

Ovviamente nulla da dire sulla colonna sonora e il mitico Awesome Mix III, vero e proprio coprotagonista della vicenda, che rispetto agli altri due capitoli precedenti assume toni più malinconici e cupi. Un film assolutamente consigliato e la degna fine di una trilogia che rappresentava l’anima della Marvel.

Suzume: viaggio on the road in compagnia di una sedia alla ricerca di un gatto per chiudere una porta

Ho visto questo film un paio di volte nel corso della settimana. Il primo è stato subito dopo una sessione di sparring particolarmente brutale con più di 10 round. I pugni che ho preso nel corso di quella mezz’ora mi hanno aiutato ad immergermi completamente nello stile artistico, onirico e surreale dell’anime: firma inconfondibile del regista Makoto Shinkai. La seconda volta è stata in compagnia di una ragazza conosciuta su Tinder che era incuriosita dal film. Considerando che adoro vedere più di una volta i film al cinema, perlomeno quelli che mi sono piaciuti, ho accettato di buon grado la proposta.

Ma ecco le mie considerazioni: la direzione artistica, i disegni e l’animazione sono fuori da questo mondo: ogni frame del film è degno di essere incorniciato ed essere appeso lungo i corridoi di un museo. La colonna sonora è incredibile e il tema di Suzume risuona sin dentro la propria anima con un meraviglioso tu tu rurururururuuuuuu rururururu ruuruuuu…. (nonostante credo di aver espresso egregiamente il ritmo e il suono della canzone, metto il video qui sotto).

Ma veniamo alla trama: Suzume è una liceale come tante che vive in un paesino nella prefettura di Miyazaki (un nome che credo abbia avuto un certo peso in più di un senso). Suzume ha perso sua madre in giovane età ed è stata cresciuta dalla zia. Le cicatrici di quella perdita pesano ancora sul suo subconscio ma, in fondo, riesce a condurre una vita sana. Un giorno incontra per caso Sōta, un ragazzo alla ricerca di una misteriosa porta abbandonata la quale, in realtà, è il portale per un’altra dimensione. Suzume scopre suo malgrado questo mondo e il “verme”: una creatura fatta di fumo che solo lei e Sōta possono vedere. A quanto pare quando le porte vengono aperte, questi vermi giganteschi vengono prodotti per abbattersi sulla nostra dimensione e causare dei terremoti. Il compito di Sōta è quello di prevenire i terremoti e tenere a freno i vermi.

suzume

Tuttavia, qualcosa non va per il verso giusto: Sōta viene maledetto da un’entità che faceva da guardiano alla porta, un gattino, e la sua anima viene spostata all’interno di una sedia per bambini, la stessa sedia che la mamma di Suzume aveva creato per lei prima di sparire.

Inizia allora il viaggio di Suzume e di Sōta, ormai una sedia, in un Giappone nostalgico alla ricerca del gatto che ha maledetto quest’ultimo e per chiudere le porte che favoriscono il passaggio dei vermi e causano terremoti.

La trama segue i protagonisti in un lungo viaggio psicologico e surreale in cui Suzume dovrà confrontarsi con il trauma ancora irrisolto della morte della madre. Non ho potuto fare a meno di notare che il film possiede un tono quasi post-apocalittico: a quanto pare la maggiore fonte di ispirazione è stato il terremoto e maremoto del Tōhoku del 2011, tragedia che ha scosso profondamente il Giappone.

Le porte che i protagonisti ricercano sono all’interno di aree sperdute che una volta erano piene di vita: scuole, luna-park, città che ormai rappresentano scheletri di una quotidianità che è stata persa per sempre. Shinkai ha cominciato a lavorare sulla pellicola nel 2020, poco prima dell’emergenza Covid. Non è stato difficile vedere qualche parallelismo anche su questa tragedia. I personaggi si muovono da soli in aree abbondonate ma, forse proprio per questo, che brillano di una luce propria. Sono costretti a pensare al loro passato esattamente come molti di noi hanno dovuto rielaborare alcuni fatti spiacevoli riportati alla luce dal periodo del distanziamento sociale. Un film che, a grandi linee, mi ha ricordato i romanzi di Murakami.

Un film meraviglioso in cui si sente tutta la maturità tecnica ed emotiva del maestro Shinkai e del suo team: forse il mio preferito subito dopo 5 centimetri al secondo.

The Boys: uomini contro dei

Le storie con i supereroi come protagonisti non mi hanno mai convinto.  Non perché io voglia fare il radical chic e affermare che i cinecomics siano spazzatura (anche se non sarebbe del tutto errato), ma per il concetto alla base della parola “supereroe”. Come si potrebbe definire? Un eroe dalla capacità sovrannaturali che mette a frutto suddetti poteri per rende la società un posto migliore. Mi sembra calzante, ma un qualcosa del genere non potrebbe esistere. Non con un essere umano, perlomeno.

In una struttura gerarchica altamente complessa come la nostra basata sulla iper-competitività in cui ogni persona sfrutta ogni suo minimo vantaggio per emergere, cosa accadrebbe se ci fossero alcuni individui dotati di poteri così grandi da elevarli al grado di divinità? Cosa impedirebbe a un uomo capace di distruggere una città con uno schiocco di dita di utilizzare i suoi poteri per un bene comune? Perché un uomo potente, un Dio, dovrebbe anche solo importare ciò che pensa un essere che non ha le sue stesse capacità?

Perché un leone dovrebbe curarsi di una gazzella? Pensandoci bene non ci sono motivi logici. Il più forte uccide il più debole. Le persone più capaci progrediscono, lasciando alle spalle l’80% della popolazione insieme ai loro fallimenti. Molte persone sarebbero dei manipolatori sociopatici… se solo avessero le armi per farlo. È un qualcosa a cui pensavo spesso: le persone che si definiscono buone e pacifiste in realtà lo sono perché non hanno scelta: non possono permettersi di essere aggressive perché in un vero conflitto ne uscirebbero perdenti. Qual è dunque il modo migliore per evitare di perdere? Abbassare la testa e sperare che il peggio passi. Per essere dei veri pacifisti bisogna sapere come combattere ma scegliere di non farlo. Sono davvero poche le persone così in questo mondo.

Uno dei temi che adoro di più di The Boys è proprio questo. Se si ha accesso a un potere smisurato anche l’uomo più comune può diventare ciò che in realtà è sempre stato ma che non ha mai avuto occasione di essere: un sociopatico infantile e guerrigliero pronto a far del male a chiunque osi mancargli di rispetto. Nel mondo di The Boys, i supereroi (o per meglio dire i Supes) sono reali, osannati e venerati da tutto il mondo. Ognuno di loro ha i propri film, il proprio merchandise e la propria fanbase da cui percepiscono una percentuale delle vendite. Sono i Sette, i paladini della giustizia senza macchia che difendono i più deboli. Ma questo ovviamente solo negli occhi dei media. La realtà è ben diversa, come sta per scoprire Hughie.

Hughie Cambell ha una vita mediocre: lavora come commesso in un negozio di elettronica e vive ancora con il padre. In questo grigiore c’è però Robin, la ragazza di cui è perdutamente innamorato. Un giorno, camminando con lei insieme per strada, accade l’impensabile: il supereroe A-Train, l’uomo più veloce del mondo, corre letteralmente attraverso Robin, sviscerando e uccidendola all’impatto (succede questo quando correndo si frantuma la barriera del suono). A-Train, apparentemente, era troppo di fretta e non ha fatto in tempo a vedere Robin. Ciò lascia Hughie catatonico. La sua vita era finita di fronte a lui senza che potesse fare nulla per impedirlo. A-Train decide di concedere a Hughie un risarcimento di 40.000 dollari per insabbiare la vicenda una volta per tutte ma in lui scorre il desiderio di vendicarsi. Hughie viene così reclutato dal vigilante Anti-Supe Billy Butcher, tanto cattivo quanto inglese.

L’ambiguità morale di The Boys

Billy Butcher spiega a Hughie che incidenti simili a quelli di Robin per opera dei Supes sono all’ordine del giorno e, ogni volta, la passano liscia senza ripercussioni. Butcher è un uomo senza superpoteri che ha un obiettivo ben preciso in testa: farla pagare ai Supes e dimostrare loro che non sono al di sopra dei normali esseri umani.

Un’impresa non da poco considerando che Homelander, il Supe a capo dei Sette, ha il potere di scatenare una Terza Guerra Mondiale se solo volesse. Ed è così che Hughie entra a far parte dei “The Boys”, l’unità investigativa contro i supereroi. La serie tv è meravigliosa, sporca, reale e rivoltante. L’intreccio narrativo riesce a far capovolgere la solita lotta degli eroi contro i malvagi in qualcosa di più simile an uomo comune animato dal senso di giustizia contro una divinità capricciosa e malvagia. Il confine tra bene e male oscilla e non è mai marcato ma sempre indefinito. L’unità investigativa “The Boys” dovrà venire meno alla propria moralità più di una volta nella loro assurda quanto romantica impresa di far fuori i Supes. D’altronde, come diceva Nietzsche: “Chi combatte contro i mostri deve guardarsi dal non diventare egli stesso un mostro. E quando guardi a lungo in un abisso, anche l’abisso ti guarda dentro.”

Una serie televisiva come non ne facevano da molto tempo. Assolutamente consigliata.

Il principe nell’alta torre – Una riflessione su The Northman

Il cinema è diventato un santuario per me. Ci vado dalle cinque alle sette volte alla settimana e rigorosamente di sera intorno alle 21:00. C’è qualcosa di estremamente confortevole nello sprofondare nella poltrona del cinema, guardare 10 minuti di pubblicità ogni volta (tanto che a volte mimo con le labbra le parole dei vari spot) e perdersi nel mondo creato da qualcuno tanto insoddisfatto dalla realtà quanto me. Forse l’abbonamento da 20 euro che comprende un’entrata al cinema al giorno per un mese ha fatto di certo la sua parte. Alcune volte vado in sala anche quando non c’è nulla che mi interessi solo per non sprecare un giorno dell’abbonamento.

A volte, questa strategia, mi ha fatto scoprire dei bellissimi gioielli come Nostalgia di Mario Mortone, che probabilmente non avrei mai visto se avessi dovuto pagare un biglietto intero. Altre volte, me ne sono pentito amaramente come nel caso di Memoria: uno dei più grandi sprechi di cellulosa che esistano. È un po’ come giocare ad azzardo: a volte vinci e a volte perdi. E a volte fai jackpot, il colpo della vita. Questo è ciò che mi è capitato guardando The Northman per cinque volte in sala, alzando da solo l’indice di incasso totale in Italia del 50%.

The Northman: odio e ancora odio

La trama di The Northman è quanto di più semplice possa esistere. Nell’anno 895, il re Aurvandill Corvo di Guerra torna al suo regno dopo una sanguinosa battaglia che lo ha visto vincitore. Aurvandill si ricongiunge con il figlio Amleth e la regina Gudrún, sua moglie. Il re si rende conto di essere prossimo alla morte e decide di preparare Amleth al suo destino come futuro re. Un giorno, Fjölnir, fratello di Aurvandill, tende un’imboscata al re e a suo figlio: il suo obiettivo è la corona ed è disposto a uccidere persino suo fratello per prenderne possesso. Aurvandill muore per mano di Fjölnir ma Amleth riesce miracolosamente a fuggire. Dopo aver ucciso il fratello, Fjölnir si insedia nel regno prendendo con la forza la regina Gudrún come moglie.

Per sfuggire al trauma che lo ha perseguitato riesce a ripetere solo il mantra: “Ti vendicherò, padre. Ti salverò, madre. Ti ucciderò, Fjölnir.”

Gli anni passano. Amleth privato del suo regno si è unito a una banda di saccheggiatori e guerrieri Berserkr e passa il suo tempo a depredare villaggi e venderne gli schiavi ai principali mercati dell’Occidente e dell’Oriente. L’odio e la sete di vendetta per ciò che ha subito tormentano i suoi sogni fino a quando non gli si presenta l’occasione di tenere fede al giuramento.

La crociata di Amleth diventa così la crociata dello spettatore che diventa testimone di un mondo brutale e violente e che non può fare a meno di immedesimarsi con Amleth. Il concetto di vendetta (giustizia) è profondamente radicato nel cuore dell’essere umano. Chiunque, almeno una volta nella vita, ha sognato di potersi vendicare nei confronti di un torto subito (o presunto tale). Questo genere di storie è viscerale. Non a caso, The Northman è ispirato dalla stessa storia che ispirò Shakespeare nella scrittura di Amleto (non a caso, il protagonista si chiama Amleth). Il racconto in questione venne ispirato da Saxo Grammaticus, uno storico danese vissuto nel XIII secolo.

Ma le storie che ruotano intorno alla vendetta di un torto subito si possono ritrovare agli arbori della civilizzazione. In conclusione, la vendetta e la violenza fanno parte del nostro retaggio ancestrale. Ed è uno dei motivi per cui un film così brutale, semplice e primitivo riesce a far breccia nell’immaginario collettivo di (quasi) ogni persona che abbia avuto il piacere di vederlo nelle sale. Il finale, inteso come un meraviglioso lieto fine in cui l’eroe si guadagna il suo posto nel Valhalla, è una dei momenti più commoventi e catartici della storia del cinema e di tutti i media. Non si parla della ricerca del perdono, di cercare uno scopo nella vita dopo l’affronto subito o andare avanti.

Si parla di vendetta come giustificazione divina per mantenere il proprio onore. Un concetto tanto semplice quanto rivoluzionario. Lontano dalla giustificazione morale di Old Boy, The Last of Us II o, per rimanere nel tema dei vichinghi, The Vinland Saga, The Northman è forse uno dei pochi film quest’anno che non ha avuto paura di piegarsi all’opinione del pubblico.

The Wolf of Wall Street, Jordan Belfort e l’arte della persuasione

Stavo ascoltando questo meraviglioso remix che fa parte della mia routine di corsa ormai da un mese, quando il signor Jordan Belfort in persona ha interrotto il video con un annuncio tanto interessante quanto importante. Per chi non lo sapesse, Jordan Belfort è l’uomo che ha ispirato il film ‘The Wolf of Wall Street’: la sua leggendaria società di brokeraggio, Stratton Oakmont, ha creato parte della storia di Wall Street e si è imposta un ruolo nell’immaginario collettivo di chiunque si intenda di cinema.

In ogni caso, Jordan interrompe l’annuncio (nello stesso modo in cui vengono interrotti i video di youtube da persone che ti promettono metodi di guadagno discutibili, avete presente?): il buon Jordan pubblicizza il suo metodo personale per vendere ‘ghiaccio agli eschimesi’ come lui stesso dice. Ho guardato l’intero annuncio e ho emesso il mio indirizzo email per avere l’opportunità di vedere trentasei minuti buoni di contenuto esclusivo gratuito. Ero davvero incuriosito. Insieme a Donald Trump, Jordan Belfort è una delle figure che suscita più interesse in me. Chiunque abbia visto The Wolf of Wall Street e non ha desiderato essere come lui probabilmente mente o, se non mente, perlomeno non dice la verità.

Ecco cosa mi ha detto il buon Jordan in meno di un’ora:

Il vero Jordan Belfort a destra. Jordan Belfort interpretato da Leonardo DiCaprio a sinistra.

Jordan Belfort spiega che una vendita è simile a una linea retta. Si parte dal punto A (starting point) quando si cerca di vendere qualcosa o completare una trattativa. Si finisce al punto B (the promised land) quando si ottiene una risposta positiva. Piuttosto semplice, vero? Tuttavia ci sono mille ostacoli in questa piccola linea retta: curve che ti allontanano sempre di più dal punto B e che fanno perdere le tue probabilità di concludere un affare. Questo accade quando non si riesce a rispondere alle domande de clienti, quando non si è confidenti, quando il tono della voce ti tradisce. In questo caso si perde completamente il controllo e la fiducia del tuo potenziale cliente crolla. Sei stato dominato. Puoi avere anche il prodotto migliore del mondo ma se non sai venderlo… beh, è come non avere nulla da vendere (forse ancora peggio). Jordan spiega che la transizione con il cliente inizia appena si apre bocca. Già dalla presentazione, il venditore deve essere orientato verso il punto B. Non sei qui per farti un amico ma per vendere. Ogni tua azione dovrebbe essere motivata dall’obiettivo finale.

Jordan individua tre componenti principali accomunati da una precisa caratteristica in comune per concludere un affare: la sicurezza di sé e di ciò che si vende.

  1. Certezza assoluta nelle qualità del prodotto che si cerca di vendere.

2. Devi essere sicuro di te stesso, delle tue parole, della tua conoscenza verso il prodotto e verso le esigenze del cliente.

3. Devi essere certo della compagnia per cui lavori e di ciò che vende.

Se riesci a far trasparire una sicurezza cristallina verso un potenziale cliente in ognuno di questi punti… sei a posto.

Con questo si conclude la mini lezione gratuita di Jordan Belfort. Il suo pacchetto completo di formazione costa intorno ai trecento dollari. Ad essere onesto, sarei molto curioso a investire una cifra del genere per addentrarmi nella mente di una personalità di successo come Jordan. Le recensioni online sono (quasi) tutte generalmente positive e credo che Jordan sia cambiato da quando ha scontato la sua pena in prigione dopo i fatti narrati nel film. Per chi non lo avesse visto, consiglio caldamente la visione del film ‘The Wolf of Wall Street‘: è una storia fortemente motivazionale che ha il potere di ispirarvi a vivere una vita migliore. A volte mi immagino a percorrere la strada di Jordan e a vivere una vita completa come lui ha avuto l’onore (e la capacità) di ottenere. Una vita come la sua è il mio punto B, la mia promised land.

Non ho idea di come ci riuscirò ma lo farò.

American Psycho, manuale di crescita personale (film)

Non centra nulla. È ciò che ascolto mentre scrivo.

Oggi ho rivisto il film di American Psycho per la quarta volta nel corso della mia vita. Ogni volta è come se fosse la prima volta. Un film magistrale tratto da un romanzo che definisce la letteratura moderna insieme a Fight Club e Trainspotting. Patrick Bateman ha tutto nella vita: un lavoro ben retribuito a Wall Street, un attico nella zona più lussuosa di New York (ma che non si affaccia su Central Park… fottuto Van Allen e le sue prenotazioni al Dorsia), un fisico scolpito da allenamenti quotidiani nelle palestre più esclusive di New York.

Eppure Patrick è preda di una grande insoddisfazione personale. Odia il suo lavoro, odia le apparenze, odia i continui confronti con i suoi colleghi eppure sono questi ultimi su cui si basa la sua vita.

Prenota il locale migliore per la sera. Prendi il vestito migliore. Fatti di steroidi. Fatti una lampada due volte a settimana. Sii un membro produttivo, rispettabile della società. Per Patrick, però, non è abbastanza. Vuole essere il migliore sotto qualsiasi aspetto.

‘Se odi tanto il tuo lavoro perché non te ne vai?’ mi chiede Evelyn.

‘Perché voglio integrarmi…’

Ed è proprio il bisogno sfrenato di essere superiore e di essere accettato che porta Patrick alla follia. Tra un allenamento e l’altro, infatti, Patrick Bateman uccide e tortura diverse prostitute, senzatetto e amiche della sua Università. La sua facciata da ‘ragazzo della porta accanto’ si fa sempre più sottile rivelando una persona essenzialmente fragile e preda dell’opinione degli altri.

Il suo continuo mentire sulla sua presunta amicizia con Donald Trump ne è un chiaro esempio così come la sua frustrazione per non riuscire ad effettuare una prenotazione al locale più esclusivo di Manhattan, il Dorsia.

American Psycho parla delle ossessioni di un uomo che, semplicemente, non si sente abbastanza e della sua conseguente frustrazione su se stesso e su gli altri: Patrick è una vittima passiva di una società consumistica di cui diventa sempre più difficile far parte. Non riesce a vivere senza continuare ad ottenere di più per compiacere persone che disprezza. Non vuole essere lasciato in disparte. La soluzione? Scatenare il suo malessere con se stesso verso gli altri. Fantasie e azioni di violenza si mescolano alla sua routine fatta di palestra, bevute con gli ‘amici’, cocaina e concerti. Forse questo è l’unico modo in cui Patrick possa trovare sollievo nella sua missione per integrarsi.

Tuttavia Patrick è una persona di successo ma non riesce a vederlo. La sua visione è oscura e distorta dal perenne confronto con gli altri in questioni davvero banali da cui ne esce quasi sempre perdente. Ad esempio, il confronto dei format dei biglietti da visita in ufficio.

rectangular white table with rolling chairs inside room
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Eccetto la salute mentale, gli impulsi omicidi e la completa sociopatia di Patrick credo che ci sia qualcosa o due da imparare da lui; prima tra tutte, la voglia di vincere.

E, a mio parere personale, credo sia questo il messaggio di American Psycho: non criticare aspramente la società consumistica e yuppie ma di aspirare alla grandezza e alla ricchezza con una mentalità equilibrata e logica, senza lasciare che il giudizio degli altri (positivo o negativo che sia) ti trasformi in un mostro. Credo che questo messaggio non sia tanto rilevante quanto oggi. È difficile trovare un uomo di successo ma ancora più difficile è trovare un uomo equilibrato… ed è questo che porta realmente al vero successo.

Il principe nell’alta torre, Jordan Peterson II, Caino e Abele- Old boy (2003)

Il cinema vicino a me dava Old boy ieri sera e non ho perso l’occasione di vederlo per la quinta volta quest’anno. Spero di non essere stato il solo a identificarmi come Taesu in questi periodi di quarantena senza fine.

La trama da sola rende Old Boy uno di quei film che ti piace ancora prima di averlo visto: Taesu viene imprigionato per 15 anni in una stanza senza saperne il motivo. Sua moglie viene assassinata e i sospetti ricadono su di lui. Anche se riuscisse a scappare dalla sua prigione, Taesu non avrebbe alcun posto dove andare.

15 anni chiuso in una stanza senza alcuna possibilità di capire il perché di tutto ciò: non ci sono persone con cui interagire, non ci sono valvole di sfogo e non può nemmeno suicidarsi dato che ogni sua mossa nella stanza in cui è prigioniero è monitorata dai suoi carcerieri. La stanza è composta da: un letto, una scrivania, un televisore, una porta blindata (da cui Taesu riceve i pasti) e una finta finestra con il disegno di un mulino a vento in mezzo alla campagna tra le tende in modo da dare un’ illusione di un mondo esterno.

Nella mente di Taesu si forma un solo pensiero: capire il perché si trovi in quella situazione e soddisfare la sua sete di vendetta. Passa tutto il tempo a scrivere, a guardare la televisione e ad allenarsi facendo shadow boxing in dieci metri quadrati di cella e usando il muro come sacco da boxe, il che è alquanto pericoloso per la struttura della mano (ne so qualcosa).

Taesu tenta il suicidio più di una volta, ma i suoi carcerieri lo curano sempre poco prima che sia troppo tardi. Davvero un incubo senza fine per il protagonista.

15 anni spesi in agonia e rabbia vengono finiscono tutto d’un tratto. Taesu viene rilasciato e si sveglia sopra il tetto di un palazzo di trentacinque piani. Il suo incubo è finito. E adesso? Cosa può fare un uomo che ha bruciato quindici anni della propria vita e completamente fuori dal mondo? La vendetta è l’unica cosa che sembra motivare Taesu. Piuttosto facile simpatizzare per lui, giusto?

Uno dei motivi per cui credo sia così facile immedesimarsi in una storia di vendetta è il semplice fatto che fantasticare su quest’ultima fa parte della natura umana. Ognuno di noi ha subito un affronto e ognuno di noi (eccetto forse Madre Teresa) ha perlomeno sognato di ripagare colui che ci ha fatto del male con la stessa moneta. Lo stesso meccanismo di vendetta (o giustizia, o difesa personale) è stato alla base della creazione delle leggi scritte (come ne ho parlato qui). La crociata di Taesu, del ‘ragazzo vecchio’ che è stato derubato di gran parte della sua vita, è diventata anche la mia crociata. Qualcuno deve pagare. Ma cosa succede quando si ottiene la propria vendetta? I quindici anni torneranno? Taesu sarà una persona più giovane? La risposta è nella scienza: la vendetta fa bene. Chiunque ottenga la sua rivincita ottiene nuovamente l’autostima che gli è stata rubata. Ma qual è il prezzo della vendetta? Cosa si è disposti a fare pur di raggiungerla? E se ottenere la vendetta fosse impossibile? E se per ottenerla ti macchiassi di crimini orribili che finirebbero seriamente la tua vita? E se il tizio che ti ha fatto del male avesse avuto più di un buon motivo per fare ciò che ti ha fatto? Il confine è labile da definire e lo stesso concetto di giustizia è fallace. Il film Old boy esplora proprio questo tema e lo fa in maniera magistrale: senza degnare lo spettatore di una risposta precisa.

Per quanto mi riguarda credo di essermi fatto un idea. Ancora una volta invoco il nome del dottor Jordan Peterson e la sua settima fenomenale regola del suo ancora più fenomenale libro ’12 rules for life’.

‘Pursue what is meaningful and not what is expedient’ (Concentrati su ciò che ha importanza non sulle cose di poca importanza; o anche: concentrati su ciò che ti porterà dei risultati e non su ciò che ti porta piacere).

Il dottor Peterson porta l’esempio di Caino e Abele, una storia biblica che conosciamo tutti. Dio richiede un sacrificio (Griffithhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh!!!!) periodico in suo onore. Abele, il più laborioso e il maggiore dei due fratelli, compiace Dio con i suoi grandiosi sacrifici e Dio fa di lui il suo preferito; i sacrifici di Caino, d’altro canto, non vengono accettati da Dio e ciò suscita la rabbia e l’invidia del fratello minore nei confronti di Abele. Invece analizzare se stesso, di capire perché i suoi sacrifici non sono degni di Dio, Abele viene consumato dalla rabbia e uccide suo fratello, la cui unica colpa è stata quella di essere una persona di ‘successo’ agli occhi di Dio.

Che storia tragica e profondamente umana. Molti di noi sono così (nonostante non vogliamo ammetterlo). Taesu è così. Magari non arriviamo a uccidere una persona, ma ogni volta che falliamo e ogni volta che non rispettiamo alcuni standard o che qualcuno ci fa del male, invece di pensare che è colpa nostra, pensiamo subito che è colpa di qualcun altro. Non abbiamo abbastanza successo? Incolpiamo qualcun altro che ce lo ha dicendo che il nostro paese è alla deriva (non sapete quante volte ho sentito scrittori di bassa lega parlare male di Fabio Volo perché ha avuto l’audacia di ‘vendere’ i suoi libri…).

Pensate se tutta quell’energia basata sull’odio venisse concentrata nel creare qualcosa di costruttivo. Pensate quanto il singolo individuo e il genere umano in generale ne gioverebbero. Cosa accadrebbe se gli Incel smettessero di essere divorati dall’odio e lo usassero come benzina per migliorarsi la vita? Cosa accadrebbe se ognuno di noi pensasse più a se stesso e meno agli altri? Cosa accadrebbe se Taesu rinunciasse alla sua vendetta e decidesse di trascorrere una vita tranquilla e pacifica orientata a migliorare se stesso e usare la sua fonte inesauribile di rabbia per fare qualcosa di concreto? (fatto che ha già dimostrato usando emozioni negative per imparare il pugilato da autodidatta, perdere peso e studiare durante il suo imprigionamento). Ciò richiede una forza enorme che potrebbe essere quasi definita divina.

Un grande film che racchiude un grande messaggio. Non sprecate la vostra vita nell’odio. Non importa quali torti e quali brutte carte vi ha riservato la vita. Non diventate mostri che vivono nell’odio, nel cinismo e nella rabbia ma usate le esperienza negative per forgiarvi e vivere una vita degna di tale nome.

Leggete, fate attività fisica, dedicatevi a molti hobby, lavorate duramente. E questo che porta alla felicità e non la miseria degli altri.

Oppure non fatelo, come direbbe Jordan Peterson. La scelta è vostra.

Spero che ognuno che legga queste righe possa ottenere un successo enorme; il fatto è che la mia speranza non conta nulla. Bisogna guadagnarselo e andare avanti nonostante le sconfitte e i torti che si subiscono e ce ne saranno molte…credetemi. Ci saranno tante sconfitte quante vittorie. Non siate i peggior nemici di voi stessi. La vendetta regalerà solo una gioia temporanea; il successo sarà per sempre.

Guardatevi Old Boy.