Stavo guardando il primo episodio di Oshi no ko per l’ennesima volta. La trama è molto semplice: un medico e la sua paziente, malata di cancro, perdono la vita e vengono reincarnati nei figli della loro pop idol preferita, Ai Oshino. Fin da subito ho adorato il tono comico e spensiarato del primo episodio (dura poco più di un’ora) che tuttavia non si fa problemi ad assumere contorni più drammatici e profondi. Il personaggio di Ruby Oshino, l’ex paziente malata di cancro e ora figlia di Ai, è tra quelli che mi ha colpito di più.
La carismatica Ai
La vita davvero non è uguale per tutti e lei lo ha potuto sperimentare in prima persona. La sua esistenza era scandita da giornate monotone in un lettino d’ospedale senza possibilità di fare granchè. I genitori l’avevano abbandonata e la sua unica luce era vedere alla tv le gesta dell’idol preferita. Una vita grigia senza troppo spazio per i sogni e per la speranza. E alla sua morte si ritrova ad essere la figlia dell’idol che tanto amava: senza malattie, bellissima e piena di talento con i contatti giusti sin dalla nascita. L’unica pecca? I ricordi della vita precedente pieni di traumi e rimpianto.
Un discorso analogo può essere fatto anche per il dottore reincarnato in Aquamarine Hoshino. Una vita sicuramente meno tragica della sua paziente ma comunque priva di avvenimenti degni di nota e, anche lui, ossessionato dalla luce di talento e bellezza di Ai Oshino, la quale può essere ammirata solo da lontano.
E quando muore e si ritrova a rivivere la vita con un’altra mano di carte… che dire: le cose cambiano. Lui stesso ha detto: “Sono quasi grato al tizio che mi ha ucciso”. Ora ha la possibilità di vivere seriamente. Immaginate una early start nella vita così: infanzia (possibilmente) senza traumi, figli di una star, intelligenza, carisma, migliore educazione e soldi.
Ci è sempre stato insegnato che tutto è possibile e basta impegnarsi per avere successo. Ma se non fosse così? Se tutto fosse prestabilito dai nostri geni? È innegabile che ci siano fattori genetici, che non possono essere cambiati in alcun modo, che facilitano la vita di molti individui e ne distruggano altre. Parlo di malattie ma anche di bellezza, intelligenza, talento, fisico e così via. Credo sia nella natura umana fantasticare su cosa significhi avere il massimo in tutte queste cose. Purtroppo non esiste la reincarnazione, o meglio non ci è dato saperlo, ma la consapevolezza che dopo la nostra vita presente si possa nascondere un’altra completamente al di fuori della nostra portata (come un terno a lotto o governata dal karma) mi riempie di fascino.
Purtroppo non sta a noi decidere gli elementi con cui veniamo al mondo ma la vera grandezza sta con come ci giochiamo la nostra mano. Non lo so… solo i miei pensieri dopo aver visto questa piccola perla. Ovviamente la trama non ruota (solo) intorno a questo. I personaggi hanno una caratterizzazione unica e i disegni sono superiori di molti che ho trovato al Louvre. Una storia meravigliosa, fresca che non ha paura di spaziare dal comico al tragico, con temi a me cari come abbandonarsi il passato alle spalle (letteralmente), vendetta e esplorare il proprio spirito di affermazione sullo sfondo dello showbusiness giapponese.
Ho iniziato a leggere Tokyo Revengers in piena pandemia, periodo che ha coinciso con l’ultimo anno dell’Università che frequentavo in Galles. Non è stato un momento particolarmente felice per me. Ero rimasto l’unico studente nella casa in cui vivevo. Tutti i miei amici, due per la precisione, erano tornati dalla loro famiglia. E io ero rimasto completamente solo: il mio unico contatto umano era con la cassiera del supermercato Morrison del quartiere.
Sarei potuto tornare in Italia anche io ma non ho mai provato amore nel posto in cui ho passato la mia infanzia e adolescenza. A quel tempo, la solitudine mi logorava e aveva trovato il modo di farlo anche in Galles. In quel periodo, tutti i traumi subiti all’epoca avevano cominciato a riempire i vuoti corridoi della mia mente. Quando sei completamente solo e senza svaghi sei quasi costretto ad affrontare ciò che non hai risolto nella tua vita. Ed ecco perciò che avevo preso l’abitudine di scrivere su due diario: uno per il presente ed uno per il passato.
Nel diario del passato volevo scrivere e rivivere con più nitidezza e dettagli possibili i ricordi che mi tormentavano (forse non proprio una strategia vincente); nel diario del presente volevo focalizzarmi sui progetti futuri, sullo stato d’animo del momento e cercare di capire come gli eventi della mia storia abbiano plasmato il mio essere. Lo so: non avevo davvero un cazzo di meglio da fare.
Ma questo esercizio mi si è dimostrato piuttosto utile e, dopo una settimana o giù di lì, ho capito una cosa: il me stesso del diario del presente era una diretta conseguenza di quello del passato. Ho vissuto, almeno la prima parte della mia vita (1-18 anni) quasi come uno spettatore, una vittima degli eventi, senza aver anche solo pensato di essere nella cabina di comando. Quello è stato il periodo più difficile da mettere su carta. A volte non riuscivo a trovare le parole giuste. A volte smettevo di scrivere e facevo 100 piegamenti a terra.
Takemichi, protagonista di Tokyo Revengers, viene massacrato (adesso spiego tutto…)
Inutile dire che non sia stato un bel periodo. Dopo i 18 anni e il mio trasferimento a Londra le cose sono andate meglio. Non ho nulla da rimproverarmi. In quel momento ho iniziato davvero la mia vita, che ha subito un piccolo arresto a 23 anni, e che è ricominciata a pieno regime subito dopo. Anche adesso che ho 26 anni la vita non è male e ci sono più alti che bassi.
L’unico pensiero che avevo dopo aver completato quel piccolo diario del passato è stato solo uno: “vorrei tornare indietro nel tempo”. A volte lo penso ancora. Avrei voluto agire di più, fare scelte differenti e avere ricordi più belli. Purtroppo tutto ciò non è possibile: non si può cambiare il passato.
Takemichi di Tokyo Revengers non si regola e diventa uno dei protagonisti più iconici degli shonen
Il tempo è una freccia che va solo in avanti. Tutto questo giro di parole per dire che la storia di Takemichi Hanagaki di Tokyo Revengers è subito risuonata con le mie esperienze e con una delle mie fantasie più grandi: cambiare il passato. E ora andiamo direttamente alla trama: Takemichi è un 26enne sfigato con un lavoro che disprezza e un’esistenza alquanto effimera. Un giorno, alla televisione, scopre che la sua fidanzata delle medie, Hinata Tachibana, è morta durante un attentato della Tokyo Manji Gang, un’associazione criminale del fitto sottobosco malavitoso di Tokyo che si era formata proprio nel periodo in cui lui frequentava la scuola.
Takemichi che non si arrende dopo essere stato gonfiato di botte da mezza Tokyo
Dopo essere stato spinto contro un treno in corsa alla stazione, Takemichi scopre di non essere morto ma bensì di essere tornato nel passato, per la precisione al periodo delle medie in cui bazzicava con una gang di aspiranti teppisti a 13 anni. E, come in un film, ricorda tutto ciò che accaduto: I suoi continui scontri con le altre gang e la sua completa sottomissione da parte di un gruppo di bulli più grandi che ha minato completamente la sua autostima.
Tuttavia, adesso, forse, c’è un modo per rimediare ad una vita di soprusi e tristezza. Takemichi scoprirà di avere il potere di tornare indietro nel tempo grazie al contatto fisico con Naoto Tachibana, fratello di Hinata, che nel presente è un poliziotto con il desderio di salvare la sorella, ex fidanzata di Takemichi, dalla morte per mano della Tokyo Manji Gang.
Takemichi ha adesso una seconda possibilità nella sua vita: salvare la ragazza che ama e cambiare la personalità inetta che ha costruito negli anni. Ma salvare Hinata non sarà così semplice. Takemichi ripercorrerà le tappe salienti che hanno reso la Tokyo Manji Gang una delle organizzazioni criminali più forti e crudeli di sempre e lo farà dagli inizi: dalla creazione della gang fin dagli anni delle medie. Dovrà destreggiarsi tra risse, violenza e soprusi per salvare la sua ragazza e costruirsi un nuovo domani.
Ed ecco che inizia la storia di Takemichi: da vittima di bullismo a membro di una organizzazione criminale. Un uomo di 26 anni che vive nel corpo di un tredicenne che ha l’occasione che tutti almeno una volta nella vita abbiamo disperatamente cercato: cambiare il passato. Le premesse dei primi volumi sono fantastiche. I personaggi sono spettacolari: dal capo della Tokyo Manji Gang, Manjirō Sano, con il sogno di costruire una nuova era della malavita, fino a passare al suo braccio destro, Draken e per finire con i componenti secondari delle altre bande. L’abilità di disegno del mangaka Ken Wakui è seconda solo al suo sublime intreccio narrativo.
Tuttavia, nel corso dei volumi, la storia comincia a perdere la sua grinta, fino ad arrivare ad uno dei finali più scontati della storia della narrativa. Ma la prima parte, soprattutto per chi, come il sottoscritto, è ossessionato dalla criminalità e dai viaggi nel tempo, rasenta il capolavoro che illustra uno spaccato (seppure tutt’altro che realistico) della delinquenza giovanile giapponese. Vedere l’ossessione, la voglia di rivalsa e la perseveranza di Takemichi mi hanno commosso.
Scontro tra gang per stabilire chi è il più forte: Mobius vs Toman Manji Gang
Tutti possono cambiare e non è mai troppo tardi. Dubito che molti di noi avranno il lusso di tornare indietro nel tempo. Tuttavia, possiamo imparare dal passato e vivere un presente migliore. Come voto oggettivo questo manga rasenta a malapena il 7 e mezzo, ma da un punto di vista personale non posso fare altro che dargli un 9 e mezzo. Grazie per la bellissima storia, Ken Wakui.
Cultura bosozoku
Ultima considerazione: lo stesso Ken Wakui faceva parte di una gang durante la sua giovinezza ed è stata l’ispirazione per la Tokyo Manji Gang. Per la precisione, nel manga si parla della cultura bosozoku: una sottocultura giovanile giapponese collegata alla customizzazione di motociclette che era talmente violenta da far talvolta invidia alla Yakuza. I primi bosozoku erano ex-veterani di guerra che non riuscivano ad accettare la perdita del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale e che sfrecciavano ad alta velocità con le moto nelle strade nipponiche. Le bande bosozoku sono diventate famose negli anni ’80 ed erano composte da liceali ribelli.
I bosozoku sono stati protagonisti di numerosi manga e film. Tra i più celebri: Akira, Shonan Jonai Gumi e Tokyo Revengers. In Occidente possiamo paragonare opere come Sons of Anarchy e The Bikeriders.
Ieri mi sono recuperato i primi quattro volumi di Slam Dunk di Takehiko Inoue. È passato più di un anno da quando ho visto The First Slam Dunk, un piccolo e meraviglioso gioiello cinematografico, e mi ero ripromesso di leggere il manga. Il protagonista è Hanamichi Sakuragi, una matricola del liceo a capo di un piccolo squadrone di teppisti con l’incredibile record di essere stato rifiutato da 50 ragazze ai tempi delle medie.
Nel primo capitolo fa la conoscenza di Haruko, una ragazza innamorata del basket che vede nel fisico possente di Sakuragi un forte potenziale per lo sport. Ovviamente Sakuragi non è minimamente interessato alla pallacanestro, ma decide di iscriversi al club di basket del liceo proprio per fare colpo sulla bella Haruko.
Lo Shohoku in azione
Così inizia l’avventura di Sakuragi, giovane teppista dal pugno di ferro ma dal cuore tenero, nel mondo del basket amatoriale tra amori non corrisposti, amicizie, risse e risate. Nonostante abbia letto solo i primi quattro volumi ho subito adorato l’atmosfera leggera e irriverente del manga (anche se mi aspetto profondi cambiamenti di trama tragici considerando il film) e non ho potuto fare a meno di paragonare i miei giorni al liceo a quelli di Sakuragi e la sua truppa di adorabili teppisti e il mio presente.
Ad essere sincero, non ho potuto neanche fare a meno di provare un leggero senso di invidia e, forse, di disperazione. Il liceo è stato un periodo che forse non definirei negativo ma di certo tutt’altro che positivo.
Non mi sono accadute tragedie ma neanche esperienze da ricordare. È stato un limbo: cinque anni della mia vita che non torneranno indietro e che, un po’ per circostanze esterne a me, non ho saputo sfruttare al meglio. Niente esperienze come al liceo Shohoku di Sakuragi, poche risate e ben poca nostalgia. All’università (e soprattutto adesso) è andata (e sta andando) sicuramente meglio ma gli anni del liceo (per quanto grigi e incolori) mi perseguitano ancora.
Ma, a volte, mi chiedo come sarebbe tornare indietro nel tempo e non avere troppi pensieri per la testa come adesso, focalizzandosi interamente sul presente e non pensando al futuro… come al versamento dei contributi pensionistici obbligatori (non sia mai che si abbia potere decisionale sul proprio guadagno…).
Nulla mi vieta di pensare alle ragazze e spaccarmi nello sport come i ragazzi di Slam Dunk, ma devo ammettere che non è la stessa cosa. Quel treno del liceo è passato e non tornerà mai più. Ma questo non significa che non possa passare un treno migliore, cosa che fortunatamente è successa. Mancano ancora molti volumi alla fine di Slam Dunk, ma non posso fare a meno già da ora di ringraziare i ragazzi dello Shohoku per aver condiviso con me una nuova versione di un periodo della mia vita non troppo felice. Non male come riflessione delle 5 del mattino.
In chiusura: mi sto davvero appassionando al genere bosozoku, fenomeno sociale che ha visto come protagonisti giovani teppisti a cavallo di moto che hanno raggiunto l’apice tra gli anni ’70 e ’90. Come è possibile immaginare, questo tema è davvero popolare nei manga: a chi non piace immedesimarsi in ribelli con un codice morale tutto loro che utilizzano la potenza dei loro pugni per portare la pace? Basti pensare al successo di Tokyo Revengers e Akira. Se qualcuno mi legge, sarei aperto a suggerimenti per manga e film e ampliare la mia conoscenza al riguardo.
Un sogno che avevo da tempo sta cominciando a prendere forma. Ad agosto partirò per il Giappone, una terra che mi affascina ormai da sei anni. Dopo aver acquistato un biglietto andata-ritorno, mi sono fermato a pensare ai traguardi che ho raggiunto in questi due anni da quando mi sono trasferito a Milano. Ho ottenuto la certificazione per il corso da sceneggiatore e il mio viaggio verso il primo match di boxe prosegue.
Non amo molto parlare della mia vita ma fare un piccolo recap di queste soddisfazioni, per quanto modeste siano, mi danno coraggio per tornare a riscrivere su questo blog che ho abbandonato ad agosto.
Il viaggio in Giappone rappresenta forse il primo, vero regalo che mi concedo. Ho ritrovato la lista delle mie “esperienze da fare almeno una volta nella vita” che ho scritto 6 anni fa. Una di queste era: sorseggiare una Monster Energy mentre ascolto musica lo-fi (un rituale che ho seguito spesso nei miei solitari anni all’Università) in un parco di Tokyo.
Mi piacerebbe ascoltare qualcosa del genere (lo stesso tipo di musica che è nella mia playlist Spotify)
Ovviamente non mi limiterò a visitare solo Tokyo. Ho in programma un bel viaggio che spazia dalla capitale a Okinawa fino a passare per Kyoto e Osaka. Forse un po’ mainstream, me ne rendo conto, ma per la prima volta nel Sol Levante direi che possa andare.
Adesso che penso a tutto quello che vorrei, ancora, ottenere realizzo una cosa: mi è sempre mancata un po’ di disciplina. È meraviglioso tuffarsi nei progetti quando si è agli inizi, che sia la scrittura, la palestra o altro, ma non è per tutti continuare anche (soprattutto) se non si ottengono i risultati sperati.
Non ho una grande ambizione nella vita se non fare delle mie passioni un lavoro e guadagnare abbastanza per potermi permettere qualche esperienza come il Giappone. Anzi… ormai è da qualche tempo che accarezzo l’idea di poter diventare un nomade digitale: avere la libertà di poter lavorare dappertutto solo grazie ad un pc portatile.
Credo che uno dei motivi per cui molti hanno in testa di diventare ricchi non sia tanto per i soldi in sé ma per assecondare un desiderio innato di libertà. Essere liberi di essere dove si vuole, di spendere il proprio tempo nel fare ciò che realmente si sogna: tutto questo però non è alla portata di tutti. Serve un prezzo da pagare per raggiungere quei livelli di libertà economica che non tutti sono disposti a pagare e che, per quanto sia triste ammetterlo, non tutti possono farlo nonostante gli sforzi (chissà… forse rientro tra questi). La vita non è di certo un manga: l’impegno non è garanzia di successo. Tuttavia, una grande motivazione mista a duro lavoro offre almeno la speranza di poter cambiare vita e questo potrebbe veramente non avere prezzo.
Come molti anche io utilizzo dating app. Sono metodi meravigliosi per conoscere nuove persone comodamente dal proprio divano di casa tra un episodio e l’altro di una serie tv su Netflix. Chi vuole perdere più tempo in discoteca e pagare una cifra da capogiro per un drink annacquato quando è possibile fare swipe a destra, incrociare le dita e sperare in meglio? Ho avuto delle belle soddisfazioni in questo anno e mezzo di utilizzo (eheheheheh). Ma non sono qui per parlare di questo.
Ciò che voglio raccontare è la mia esperienza con Bumble Business. Per chi non la conoscesse, Bumble è un po’ come Tinder: la sola differenza è che è la donna a fare la prima mossa e puoi risponderle solo se è lei la prima a inviare un messaggio (come se le ragazze non avessero già abbastanza potere nelle dating app…).
Tuttavia Bumble offre due interessanti funzioni eccetto la più classica orientata al mondo del dating: Bumble Friends (come si evince dal nome serve per trovare amici) e Bumble Business (per creare un network di persone, trovare lavoro, proporre un business, avviare start-up… cose così insomma). Ebbene, oggi ho conosciuto di persona il mio primo match su Business. Ci siamo incontrati per prendere un caffè all’ombra del grattacielo Unicredit di Milano. Ecco come è andata.
Si tratta di un personaggio interessante con grande esperienza nel mondo del real estate in Europa e in Asia e ora si trova a Milano con l’idea di vendere una linea di prodotti skin-care. Abbiamo parlato molto del mindset necessario per creare un business, dell’importanza della lettura, copywriting, dropshipping, internet e di come, essenzialmente, ci sia un’opportunità in tutto a patto di avere una mentalità sufficientemente aperta.
Sono tutti argomenti esplorati fino allo sfinimento da vari video su YouTube, avete ragione, ma ciò su cui voglio concentrami è che è stato bello avere qualcuno con cui parlare di imprenditoria e che ha della vera esperienza in più di un settore. È stato bello parlare delle idee di Robert Kiyosaki (qui il link a Padre Ricco Padre Povero) con qualcuno che lo ha effettivamente letto. E queste non sono cose da poco.
Ultimamente mi sento statico nella vita e uno degli aspetti in cui mi sono ripromesso di migliorare, oltre che nelle social skill, è quello di avere una seconda entrata e guadagnare di più. L’educazione finanziaria e il proprio patrimonio dovrebbe, a mio avviso, essere migliorato con costanza insieme alla salute fisica, la cultura e gli hobby. Diciamo la verità: più soldi equivalgono a più esperienze e meno problemi. Forse oggi la mia vita non è cambiata grazie a questo incontro, ma ho cominciato a vedere diverse cose sotto una luce differente e, di sicuro, sono motivato: questo di per sé è già una piccola vittoria.
Si dice che noi siamo la somma delle cinque persone con cui passiamo più tempo e, forse, c’è un fondo di verità in tutto questo. È importante condividere il proprio tempo con persone con valori simili ai nostri.
Era da molto tempo che non visitavo una mostra artistica. L’ultima volta sarà stata tre anni fa, all’epoca della pandemia, quando presi un aereo per Marsiglia con una vaga idea di unirmi al corpo militare della Legione Straniera. Una fantasia che aveva fondamenta molto traballanti sin dall’inizio ma che tuttavia mi ha permesso di viaggiare un po’. Dopo quella parentesi fallimentare, decisi di prendere un treno per Parigi, città che non avevo mai conosciuto appieno. Girovagando per Champs-Élysées, mi fermai in una piccola struttura che ospitava i lavori di un artista emergente.
L’intero locale era ricoperto di poesie e disegni che spaziavano dallo stile fumettistico a vere imitazioni dei capolavori del Louvre e, in sottofondo, aleggiavano le note di una di quelle vecchie canzoni francesi che penseresti esistano solo nei film. L’atmosfera era onirica e, ora che ci penso, rappresenta uno dei ricordi più nitidi che ho. Avevo appena finito l’Università, abbandonato il Regno Unito e credevo non ci fosse limite a quel che potevo fare, esattamente come quell’artista emergente che aveva aperto la galleria. Peccato ci fossi solo io a visitarla. Secondo me meritava…
La mostra di Isabelle Wenzel
La mia ultima mostra artistica, invece, risale a pochi giorni fa con l’anteprima dell’evento di Isabelle Wenzel tenutosi a BiM – dove Bicocca incontra Milano, in Viale dell’Innovazione 3, una struttura di rigenerazione urbana che ha dato ufficialmente il via ad una moltitudine di eventi artistici, culturali e sociali.
BiM visto dall’alto
Il tema della mostra era incentrato sulla vita d’ufficio sotto il punto di vista di un artista, tradotto in fogli A4 che volano per aria, telefoni appesi al muro, posizioni scomode assunte dal corpo costretto a rimanere seduto per ore e ore di fronte ad un computer.
Isabelle Wenzel, artista poliedrica che al tempo stesso può vantare dei titoli di fotografa e acrobata, ha affermato che la sua idea era quello di immedesimarsi in uno schema di lavoro 9-5 , la frustrazione che ne può scaturire, ma anche il senso di tranquillità che una routine di ufficio può regalare dal punto di vista di un guadagno fisso.
Coniugare il mondo dell’artista con quello dell’impiegato può sembrare all’apparenza azzardato considerando la distanza tra le due professioni. Tuttavia, potrebbe aver più senso di quel che si potrebbe pensare: solo dalla frustrazione di un lavoro non pienamente apprezzato si può generare la forza creativa (o distruttrice) per esprimere sé stessi al meglio. Mi viene in mente il narratore senza nome di Fight Club, anche lui un impiegato, che dà sfogo alla sua passività tramite gli haiku che distribuisce in ufficio o tramite l’organizzazione socio-anarchica che il suo alter-ego, Tyler Durden, fonda.
Per non parlare di American Psycho, con un Patrick Bateman all’apparenza ben inserito nella società e nell’idilliaca vita da yuppie di Wall Street ma che sfoga il suo dubbio esistenziale e senso di inferiorità uccidendo e torturando persone di un’estrazione sociale inferiore alla sua.
O dell’insofferenza di David Martinez per la scuola, preludio al mondo del lavoro, descritta nel primo episodio di Cyberpunk: Edgerunner e che sfocia nel suo odio per le corporazioni e il suo ingresso nella vita criminale.
Gli esempi sono molti. Soffocare la libertà personale e la voglia di esprimersi in nome del progresso e dell’efficienza può portare lentamente ad una lenta distruzione della personalità per più di una persona. Almeno questo è il messaggio che ho recepito. Se questo è il caso, risulterebbe davvero difficile trovare un equilibrio. L’iniziativa dell’artista è tanto affascinante quanto provocatoria e merita senza dubbio una visita.
La mostra è visitabile gratuitamente fino al 15 settembre e sarà esposta alla C41 Gallery, uno spazio di sperimentazione artistico curato dalla casa di produzione creativa C41.
Ma le novità non finiscono qui. Fulcro del programma temporaneo di eventi gratuiti promosso da BiM sarà il BiM Garden, uno spazio verde a cielo aperto progettato da Paola Navone – Otto Studio e dal paesaggista Antonio Perazzi, con ampi tavoli sociali multifunzionali. Qui, BiM presenta la rassegna estiva di cinema all’aperto “La linea milanese”, curata da Cineteca Milano: un omaggio all’originalità dei grandi capolavori del cinema milanese che traccia una linea lunga 40 anni tra Dario Fo e Maurizio Nichetti, De Sica e Zavattini, Tognazzi e Bianciardi.
Ultimamente sono in fissa con un certo sotto-genere della fantascienza dopo aver visto Cyberpunk: Edgerunners (qui per saperne di più). Non mi dispiacerebbe vivere in una città ultra-futuristica e osservare dalla finestra del mio appartamento al 66° piano le luci al neon che si accendono e si spengono in una città grigia e immensa. Per questo ho ricercato su Google alcune tra le città più cyberpunk del mondo e ne è venuta fuori una lista niente male. Non c’è niente di meglio che sognare sorseggiando una Monster Energy con un po’ di lo-fi a volume basso in sottofondo per poter ascoltare il ticchettio della pioggia che si infrange sul vetro. Ecco perciò dove mi immagino quest’estate:
Al numero uno abbiamo Chongqing in Cina. Un’immagine vale più di mille parole. Questa città incarna lo spirito cyberpunk: traffico tridimensionale, luci fredde e al tempo stesso sensuali, grattacieli che si perdono nelle nuvole più alte del cielo.
Al secondo posto Hong Kong. Tutto quello che so di questa città è grazie a Shenmue II. Forse è la città-simbolo che definisce il cyberpunk. La sua estetica ha ispirato Blade Runner e numerosi altri capolavori del genere come Ghost in The Shell.
Al terzo posto Tokyo. Una città che mi è cara per più di un aspetto considerando la mia grande passione per i manga. Fonte d’ispirazione per Akira, città futuristica per antonomasia e modello per Night City di Cyberpunk 2077: Tokyo è uno dei posti più visitati e amati al mondo.
Al quarto posto New York City. Non il massimo della fantasia ma è innegabile la bellezza della sua architettura e il design post-moderno che delinea una delle skyline più immortalate al mondo.
Questo è tutto. Ovviamente ci sono diverse altre città che hanno catturato la mia attenzione ma, per il momento, preferisco mantenere un profilo più mainstream. Già visitare queste quattro location non sarebbe affatto male.
Ed è così che un’altra serata volge al termine. Domani tornerò alla mia routine e a confrontarmi di nuovo con la realtà. Tuttavia, anche solo per un momento, mi ritrovo a vivere nella mia mente un’avventura sci-fi con me stesso come protagonista. La lattina di Monster è ancora mezza piena (o mezza vuota a seconda della propria inclinazione psicologica) ed è ragionevolmente presto. Noto però che ha smesso di piovere. Brutto segno.
Il mio primo approccio con Takehiko Inoue, la mente dietroSlam Dunk, è stato con Vagabond. La storia, i dialoghi, la filosofia e i disegni hanno contribuito a creare una delle rivisitazioni più riuscite della biografia di Musashi Miyamoto, il leggendario samurai realmente esistito che non ha mai perso in uno scontro e che ha avuto il privilegio di morire di cause naturali. È grazie ad Inoue che mi sono approcciato al Libro dei cinque anelli, gli scritti che un ormai vecchio Miyamoto ha lasciato in eredità a chiunque voglia seguire la via del samurai.
Slam Dunk, ovviamente, si tratta di una storia completamente differente a cui non mi sono mai avvicinato prima di questo film. Non sono un grande appassionato di basket e i manga sullo sport (spokon), fatta eccezione per quelli basati sulle arti marziali, non sono tra i miei preferiti. Inutile dire che questo film ha superato di gran lunga ogni mia aspettativa. The First Slam Dunk è uno dei film sportivi più belli che abbia mai visto e riesce a stare sullo stesso livello del primo Rocky.
L’intera storia ruota su una delle partite più decisive descritte nel manga: il match liceale tra la squadra Shohoku e il Sannoh. Come in molti film sportivi, il tema della rivalsa sociale gioca un ruolo di grande importanza. Lo Shohoku è una squadra di teppisti, bulli, perdenti: il lato più negativo della società giapponese, visti costantemente dall’alto in basso. Ognuno dei membri della squadra ha un passato che ha influenzato negativamente la propria vita ed è come se fossero bloccati in un’eterna aura di mediocrità. Ma, adesso, lo Shohoku ha l’occasione di rivalsa ed è pronto a sfidare l’invincibile Sannoh, l’esatto opposto dello Shohoku: ogni membro della squadra avversaria è un vincente nato con all’interno il player considerato come il migliore del Giappone. Il Sannoh non ha mai perso un match e non c’è nulla che indichi che possa essere sconfitto dallo Shohoku.
Nonostante la meravigliosa premessa della storia, anche se un tantino cliché per il genere, sin da subito nasce un interrogativo: come rendere un film sportivo dal ritmo scorrevole se ci si basa solo su una partita? Vengo subito smentito all’inizio con un meraviglioso flashback in cui vengono, pian piano, mostrate le ragioni che spingono Ryota Miyagi, uno dei protagonisti, ad addentrarsi nel mondo del basket. Ed è così che trovo la risposta al mio quesito iniziale.
Il film si divide in due parti: il trauma emotivo che accompagna Ryota sin dall’infanzia, la perdita del fratello che adorava il basket, e il momento decisivo in cui lui e la Shohoku affrontano Sannoh. Il ritmo è meraviglioso con l’alternarsi di scene d’azione incredibili che si tramutano in sipari profondamente umani e malinconici.
Non sono un esperto di basket, ma la persona che mi ha accompagnato in sala lo era e ha affermato di essere stato colpito dalla profonda cura che è stata messa nella realizzazione della partita.
Un altro punto di forza è il 3D: come molti, io sono un fan delle animazioni più classiche ma l’elemento della terza dimensione ha accentuato una realtà più autentica e dinamica che, a mio parere, si sarebbe persa senza il suo utilizzo. Al contrario, le scene dei flashback sono in 2D e sono caratterizzate da un ritmo più lento, introspettivo e piacevole. Ogni scena è bilanciata alla perfezione. Ogni personaggio è curato nei minimi dettagli… nonostante non avrei disprezzato qualche scena in più sul roscio Sakuragi.
Una favola moderna fantastica in cui tutti gli underdog e i sottovalutati della vita possono rispecchiarsi. Alla fine del film è partito un applauso: un qualcosa che è capitato, nelle mie esperienze in sala, solo con La La Land. Ogni spettatore è rimasto seduto sulla poltrona ad ascoltare la melodia della colonna sonora portante. Le lyrics tradotte della canzone scorrevano insieme ai titoli di coda. Un momento meraviglioso che mi rimarrà impresso per molto, molto tempo. Non si tratta solo di una trasposizione ben riuscita ma di un’esperienza cinematografica unica nel suo genere. Unica nota dolente: il fatto che il film in lingua originale è stato disponibile solo per il 10 maggio. Avrei voluto tanto di rivederlo in giapponese una seconda volta ma mi accontenterò della versione in italiano. Un film fantastico consigliato a chi ama gli anime, il basket, il cinema o, semplicemente, un’ottima storia. E ora mi tocca aggiungere un altro manga alla mia lista…
Uno dei miei posti preferiti a Milano è lo Starbucks Reserve a Cordusio. Non è uno Starbucks normale bensì una via di mezzo tra una caffetteria e una torrefazione dove poter osservare la lavorazione del caffè mentre si beve una miscela scelta di prim’ordine. Non è il genere di posto che avrei scoperto da solo e per questo devo ringraziare il mio lavoro che mi ci ha indirizzato per farci un pezzo di cronaca.
E se c’è una cosa che adoro associare al caffè, questo è il lo-fi (sta diventando un blog tematico, eh?). Stringere tra le mani una tazza fumante ascoltando playlist come questa è un rituale che mi concedo ogni domenica. Sarebbe un paradiso in terra se non fosse per tutti i clienti, ma incontrare persone è un rischio piuttosto alto quando ci si reca da un marchio del genere. Sarebbe un po’ come lamentarsi della fila al McDonald.
Comunque sia, in questo particolare giorno, con le cuffie che risuonano le intramontabili sigle di Dragonball in versione giapponese, ripenso all’infanzia e di quanto fossi simile a Goku da bambino: senza pensieri, allegro, combattivo e pieno d’energia.
Non faccio a meno di pensare: qualcosa deve essere andato storto. Non ho una brutta vita. Sarei persino sul punto di dire che mi piace l’equilibrio che mi sono creato. Tuttavia, non riesco a smettere di avere la sensazione di vivere al di sotto delle mie potenzialità: un qualcosa che avevo da ragazzino e che, trauma dopo trauma, imbastito con un po’ di solitudine che sta bene con tutto, potrebbe non tornare mai più.
Ho provato molte cose: boxe, buttarmi sul lavoro, coltivare hobby, amicizie, rapporti e così via. Mi ci sono impegnato davvero molto (ancora adesso tutte queste attività occupano una gran parte del mio tempo) e la mia vita è migliorata esponenzialmente. Ma questa sensazione rimane. Saltare anche un allenamento, trascurare anche solo per un’ora i miei progetti e piccoli set back che accadono di tanto in tanto mi portano inevitabilmente a ricordare brutti momenti della mia vita che avrei potuto evitare se fossi stato solo un po’ più forte, intelligente e capace. Mi domando quanto ancora possa punirmi per gli sbagli che ho fatto al liceo. Sono passati ormai 8 anni e uso ancora quella roba come motivazione. Mi fa sopravvivere ma, al tempo stesso, mi consuma. Sono più presente nel passato che nel presente (ahah).
Ciò mi riporta a una frase di Godor, fabbro di Berserk: “L’odio è uno di quei luoghi in cui la gente che non riesce ad affrontare la tristezza cerca asilo. Vendicarsi è come affilare una lama arrugginita dal sangue immergendola in un lago sempre di sangue. Per riparare la lama del tuo cuore arrugginita dalla tristezza, la stai inabissando nel sangue. Ma più l’affili, più si arrugginisce. E più si arrugginisce, più l’affili. Alla fine rimarrai solo con un pugno di ruggine”.
Non nutro odio e non ho certo desideri di vendetta ma sento comunque che rivivere ogni giorno quei ricordi mi stia arrugginendo. Forse credo che mi motivino ma, più probabilmente, mi stanno solo consumando lentamente. In un certo senso sono grato di aver vissuto quelle esperienze negative. Sono convinto che chi ha visto il lato negativo della vita possa anche riuscire a vederne quello più bello. Questo però richiede molto lavoro, impegno e anche una certa dose di illusione.
È uno dei motivi per cui mi è sempre piaciuto Goku: lui crede sempre di potercela fare e sconfiggere il prossimo avversario. Non brilla di certo di intelligenza e a volte avrebbe fatto meglio a scappare (fortuna che ci sono le sfere del drago) ma la sua caparbietà lo ha portato a diventare letteralmente un Dio. Non a caso molti protagonisti shonen sono così poco competenti all’inizio. Anche Naruto e Luffy sono costruiti su questo modello: si tratta essenzialmente dei perdenti dal cuore d’oro accumunati però dal desiderio di diventare sempre più forti. Non sarebbe male se fossi più simile a loro. Detto questo, come accennato prima, in questi anni la mia vita è migliorata e questo, già di sé, è una piccola vittoria.
Ricordo ancora quando sognavo di vivere come Christopher McCandless, il protagonista di Into The Wild. Una vita felice, spensierata e incentrata sull’idea del viaggio, liberato da qualsiasi legame e obbligo. Ho la fortuna di poter dire di aver vissuto come lui per un anno ma nulla di più. Poi ho dovuto confrontarmi con la realtà, trovarmi un lavoro e tutta quella roba. A volte penso a quanto sarebbe bello semplicemente buttare il telefono in un fiume (o magari in un cestino dei rifiuti per non inquinare), salire su un aereo senza una destinazione e semplicemente perdermi nel mondo seguendo la via della solitudine di Musashi Miyamoto. In questo bellissimo sogno ci sono due problemi: il mio lavoro e i soldi per un fantomatico viaggio (sto pensando al Giappone). Non sarebbe difficile prendere un paio di settimane di ferie e spendere metà del mio patrimonio. E poi? Tornerei alla mia routine quotidiana per riguadagnare quello che ho speso in vacanza, magari prenotare la prossima metà per l’anno a venire (sto pensando al Maine) e ripetere il tutto. Forse questa soluzione è meglio di niente. Ma davvero non c’è un’alternativa?
In questi giorni ho studiato e letto molto per trovare una soluzione. Opinioni e analisi di mercato sulle criptovalute, posizionamento SEO e Google Adsense per il blog (lol), investimenti vari, affitto, sub-affitto, Air-bnb. Ho letto Padre Ricco Padre Povero e The Art of the deal. Sono libri che motivano molto ma che non offrono una reale soluzione ma è giusto così. Come potrebbero? Fare soldi e investire è arte. Sarebbe come pretendere di imparare a scrivere narrativa leggendo un libro di scrittura creativa: semplicemente non è possibile. In ogni caso, mi sono imbattuto in questo libro dal provocante titolo “Quattro ore alla settimana – Ricchi e felici lavorando 10 volte di meno” di Timothy Ferriss.
Ferriss è una personalità interessante. A soli 23 anni ha fondato un’azienda online di integratori alimentari di grande successo per poi venderla ad una società Private Equity londinese. Quelli sono stati gli anni in cui ha scritto il libro delle quattro ore che lo ha portato al successo. Da allora, ha deciso di dedicarsi all’attività di consigliere business angel. Ma Timothy Ferriss è molto più di questo. È un campione nazionale di kick-boxing e ha il guinness world record per il più alto numero consecutivo di rotazioni in un minuto nel ballo del tango. Un uomo decisamente d’eccezione.
Nel suo libro, Ferriss esplora temi come il downshifting, i virtual assistant, i cash flow, i business online e tanto altro. Ferriss spiega la legge di Pareto e di Parkinson secondo la quale bisogna limitare i compiti all’essenziale per abbreviare il tempo di lavoro e di abbreviare i tempi di lavoro per limitare i compiti all’essenziale. Ciò significa tagliare ogni azione superflua. L’80% dei risultati deriva infatti dal 20% delle cause. Non bisogna tanto giudicare la quantità quanto la qualità. Avere meno tempo a disposizione equivale anche ad avere più motivazione. Meno tempo significa più concentrazione per portare a termine il lavoro nel migliore dei modi nel minor tempo possibile. Quando ero all’Università mi mettevo all’opera solo due giorni prima della scadenza di un compito. Niente motiva come una deadline.
Ferriss si spinge oltre spiegando nel dettaglio come far avviare una propria attività, i consigli da seguire e come liberarsi dalla corsa dei topi. Tutti questi consigli li ho trovati sin troppo caotici. Ciò che ha permesso Ferriss di guadagnarsi la liberta finanziaria sono stati i ricavi della sua attività che, come lui stesso afferma, era nata un po’ per caso. Non tutti possono permettersi di seguire i suoi passi. Ciò che mi è piaciuto, però, è l’energia e la positività con cui ha raccontato la sua scalata al successo. Un libro altamente motivante che però non offre null’altro. Decisamente consigliato in offerta per e-book. Altrimenti opterei per Padre Ricco Padre Povero.